Risotto per Halloween

É tempo di zucca nell’orto e quindi come non pensare ad un bel risotto abbondano Carnaroli in vellutata di zucca , ci vuole la Okkaido con aggiunta di salsiccia di Spello e mandorle tostate., il tutto sfumato con rum Pampero e poi mantecato con burro e grana ..

il nostro chef Alfonso Abate propone una ricetta con prodotti di qualità per una serata diversa. Un risotto alla zucca lavorato con una vellutata ottenuta da questo meraviglioso prodotto di stagione che sarà il richiamo alla serata di fantasmi,scheletri e streghe del 31 ottobre

Ci MERITIAMO DI CAMBIARE SENZA FARNE UN DRAMMA

Sono sempre stata molto magra , non sono alta,ma vestivo tutto bene dai jeans stretti agli abiti attillati, fino a che l’età me lo ha permesso non togliendomi garbo,eleganza e buon gusto . Oggi il mio fisico è un po’ cambiato,ho qualche chilo in più ( non tanti, eh …)ma mi sono arrontondata, in quel modo che hanno le ex magre e nonostante abbia provato tante diete, perdo faticosamente i chili,che se non sto eternamente attenta, riprendo nel giro di qualche mese . Morale della favola : ho deposto le armi e accettato il mutamento,imparando a convivere con questo cambiamento, gustandomi qualche piatto di pasta,non rinunciando a un buon gelato e soprattutto ai miei adorati cocktail. Cammino molto ,senza calare un etto, il mio metabolismo invece ha deciso di starsene seduto e godersi la scena ,ma con me ha vita difficile,perché non gli do tanta soddisfazione, credo molto in ciò che sono, alla faccia dei miei chili di troppo . Sono sempre più convinta che a sessant’anni in una donna lo stile, l’intelligenza , un viso gradevole e la simpatia contino più del perfetto peso forma, sempre tenendo d’occhio il fattore salute. Amiche mie, questo pensavo ieri sera a una cena dove l’età media era piuttosto alta, ma lo spirito lasciava inalterati la voglia di scherzare e perché no, anche su quello che siamo diventati . Oggi guardiamoci allo specchio e sorridiamo, usciamo e sediamoci in un bar a fare colazione sorridendo, perché è quello il grande fascino : un grande largo sorriso che alla fine addolcisce qualsiasi caffè amaro .

-foto da Pinterest-

LA NORMA DI ALFONSO ABATE


Oggi Alfonso ci porta nella sua Sicilia :
LA NORMA
“Vorrei inaugurare questa interessante sezione del blog di Una Milanese Chic con un piatto iconico e certamente rappresentativo della mia terra: la Norma.
In breve la storia :
sebbene vi siano notizie già dalla metà dell’800 di ” pasta cu sucu di mulinciani” in terra di Sicilia,la tradizione vuole che il nome del piatto derivi da una esclamazione di apprezzamento del commediografo Nino Martoglio quando la assaggiò ,nel 1920, in casa dell’attore Angelo Musco.
Rapito dalla bontà della pasta, esclamò:” signori,questa è una Norma!” riferendosi all’omonima opera di Bellini,per indicarne la suprema bontà. In quell’ occasione infatti, il piatto venne impreziosito dall’aggiunta del basilico e della ricotta salata che ne esaltarono degnamente il sapore.
La ricetta originale del piatto prevede che la melanzana a fette rigorosamente fritta,venga aggiunta all’ultimo assieme al basilico ed alla ricotta.
Nel tempo la ricetta è stata reinterpretata più o meno liberamente.
In foto, la mia versione che prevede la melanzana a tocchetti ed a completare zeste di buccia di melanzana passate velocemente in olio bollente. Ho utilizzato un metodo che a mio parere esalta il sapore della melanzana e quindi dell’intero piatto.Taglio a tocchetti quadrati di un paio di cm la melanzana e li immergo per almeno mezz’ora in acqua e sale al 10%. Dopodiché i vengono strizzati ed asciugati e successivamente fritti in olio a 170 gradi. Molti usano olio di semi,ritenendo “invadente” il sapore dell’ olio evo, personalmente invece,uso proprio l’extra vergine d’oliva in quanto le melanzane,trattate nel modo descritto,ne assorbono veramente poco,e rimangono croccanti fuori e morbide dentro.
Alfonso Abate

AGENDA 2026 SETTIMANALE DI UNA MILANESE CHIC

ECCOLA!!

La nostra fantastica AGENDA 2026 è finalmente pronta!Non ho parole per descriverla, per spiegarvene la bellezza , per esprimervi la soddisfazione per averla realizzata con molti di voi. Un progetto che si è realizzato con la nostra collaborazione, una creatura nata dal lavoro mio e vostro !! Tante pagine scritte da me, altre vuote per le vostre riflessioni e gli appunti e poi l’interno normale di un’agenda.
L’agenda potete averla prenotandola a me tramite mail unamilanesechic@gmail.com

RIFLESSIONI DI UNO CHEF

“E poi niente…ti ritrovi a considerare la tua vita, il tuo lavoro, le ore passate a studiare improbabili ricette, i servizi frenetici, caotici ed esaltanti, i flop rattoppati alla meglio (pochissimi per fortuna) e le tante soddisfazioni dei piatti “scarpettati”,i complimenti che fanno sempre piacere, anche per il piacere di condividerli col tuo staff, gli scontri coi “pinguini,ma anche i comuni successi. E lo stress. ..quello dello spezzato che ti spezza, quello dell’incessante ricerca del meglio, quello tanto difficile di tenere unito un team, col buonumore, con le battute che non devono mai mancare per stemperare le tensioni, a dispetto di una coordinazione e di un ordine che devi esser capace di imporre col solo tono della voce, anche in mezzo allo scherzo. E la stanchezza, che devi saper castigare nutrendoti solo con gli sguardi buttati ai piatti che rientrano vuoti e puliti…
Ed il caos delle giornate “pesanti” ,le imprecazioni, le “missioni impossibili” che quasi per magia diventano possibili, le urla per i piatti che da troppo tempo aspettano di andare al tavolo, i sonori vaffa per la tagliata “en bleu” che è sul banco da 20 secondi e si raffredda, e la voglia , sempre più ricorrente di mandare al diavolo tutti e tutto, compreso questo fottuto mestiere… E poi ci ragioni. E ti rendi conto che, alla fine, tu sei nato per quello, che è la tua vera grande passione, che è insito in ogni stilla del tuo sangue, che è l’imprimatur del tuo dna, e che senza non saresti mai piu lo stesso, che non sarebbe lo stesso “vivere” , che nostalgia e rimpianto sarebbero così intensi e cocenti da devastarti.E da questa certezza tiri fuori tutta la linfa che ti serve per continuare la tua stressante, inquieta, faticosa, bellissima ed entusiasmante vita da chef..”

Alfonso Abate

Mariangela e Alfonso …passione, ricerca e professionalità

Introduco la nostra nuova sezione “MARIANGELA E ALFONSO CHEF DEL BLOG”, presentandoveli, senza enfatizzare, onorata ed emozionata per la loro collaborazione. Mariangela,chef per passione, ha respirato aria di alta cucina dall’infanzia. É una “figlia d’arte”, la sua mamma cuoca e la sua nonna chef in prestigiosi hotel a cinque stelle, le hanno trasmesso oltre che importanti nozioni, la grande passione e la capacità di esprimersi in cucina con fantasiosa competenza, ingegno e molta attitudine. Regina dei risotti,ma di molto altro, collaborerà con Alfonso Abate in questa pagina del blog.

Alfonso Abate …qui dovrei dilungarmi veramente molto, perché sono troppe le cose che riguardano la sua lunga e prestigiosa carriera che si è formata attraverso successi e attestazioni importanti, mi limiterò a dire che è un Executive Chef che ha diretto contemporaneamente fino a cinque ristoranti.
Non vi parlero a lungo di lui, perché riporterò un suo scritto molto interessante sulla cucina e sul suo lavoro.

Mariangela e Alfonso, nord e sud, ci racconteranno i loro piatti,non saranno solo ricette, ma narrazioni per farci entrare in quel mondo magico che è la cucina. Ci sveleranno le loro preferenze e attraverso le loro ricette ci faranno sentire profumi e sapori che partiranno, da quelli nebbiosi e densi della pianura Padana per arrivare a quelli carichi di sole e mare del sud.

Allora porgo il mio benvenuto più sincero a Mariangela e ad Alfonso e invito tutti voi a seguirli …

DOVE C’È INVIDIA C’È AMMIRAZIONE

L’invidia ha una sua ragione di esistere, se pur negativa, ma sempre meno patetica della frustrazione che certe persone provano nei confronti di altre. Si comprende da come partono all’attacco, dall’aggressività, dal portate avanti sempre la posizione sociale, il benessere, lo status dell’altro, a rinfacciarlo come una colpa e a non considerarlo come una condizione normale. Ognuno è quello che è indipendentemente da dove abita, dai vestiti e dalle auto che possiede, e a darne una connotazione sono quello che fa e come si comporta e chi è diventato attraverso le sue capacità, con la sua storia presente e passata.

I social sono una vetrina dove ,con i commenti che fanno, i like che mettono o non mettono, viene mostrata quanta invidia provano o quanta falsità hanno. La maleducazione con la quale si approcciano agli altri e l’assenza d’ironia che palesano nelle loro risposte, evidenziano immediatamente la miseria intellettuale di cui sono provvisti. I social sono cassa di risonanza della negatività, raccoglitori di maldicenze, contenitori di bassezze e con lo stesso piacere con cui avviciniamo chi mostra garbo, intelletto, senso dell’umorismo e buone maniere, dobbiamo eliminare con classe chi appesantisce con domande inopportune o atteggiamenti sgradevoli la nostra permanenza su piattaforme, che piatte sono ben poco e formano velocemente un’immagine abbastanza precisa di chi ci sta avvicinando. L’invidioso inconsapevolmente ci ammira, non vuole quello che abbiamo, perché è conscio di non poterlo avere, di non averne le capacità, la struttura e il passo per muoversi come noi, quello che desidera è vedercene privati, sapere che anche noi non abbiamo più ciò che ci rende così speciali ai suoi occhi. È facile riconoscerli, hanno un marchio di fabbrica, la gentilezza mielosa che ci induce a lasciarli fare, a passare sopra alla loro pochezza, ma è sbagliato, molto sbagliato. Dobbiamo liberarcene in fretta, perché se nella vita è più difficile, il mondo virtuale ci consente di avere ciò che meritiamo: pace e serenità, persone che ci stimano sinceramente o che con naturale franchezza ci trovano antipatiche, ma in modo sano, senza trame nascoste o piccole miserie che quando vengono a galla dimostrano sempre la stessa cosa: per quello che abbiamo ingenuamente dato meritavamo di meglio. A dare sono sempre gli stessi e a prendere anche, con una differenza che chi da, è perché può dare e chi prende lo deve fare, perché da solo non riesce a concludere nulla di soddisfacente.


La vita non è semplice, certo per alcuni lo è di meno che per altri, passiamo attraverso tante battaglie, tempeste e dolori, a me, ad esempio, nulla a parte il l’ottimismo e la naturale voglia di resistere, mi è stato regalato, ma mi basta per sorridere e fare click su quelli che non contano, che non sanno fare e sanno solo odiare

-foto da Pinterest-

RICORDATI CHE TI MERITI RISPETTO

Spesso lo dimentichiamo e sopportiamo di essere trascurati, emarginati ed esclusi . Il vero problema sta nel fatto che tutti tendiamo a credere che gli altri si comportino come avremmo fatto noi, ma gli altri non sono noi. La ragione principale di questa discrepanza è sempre tra il dare e l’avere, tra il porgere e il non ricevere, tra il dire e non ricevere risposta, tra la spontaneità di chi non lesina nulla e la premeditata furbizia di chi prende solo.

”Io avrei detto, io avrei fatto, io avrei dato” questo è il punto, se fossimo stati al posto dell’altro ci saremmo comportati com’è nella nostra natura di persone aperte, buone e generose e invece è andata diversamente, cioè nulla è stato detto, niente è stato fatto e dato. Perché è così che si rimane delusi e avviliti, quando veniamo usati e soprattutto quando ci mettiamo nella condizione di permettere a qualcuno di farlo e di agire sulla nostra buonafede . La prima cosa che ci meritiamo è il RISPETTO, il venire considerati dalle persone che trattiamo con riguardo e amicizia nello stesso identico modo, di vedere che alle parole seguono i fatti . Se non pretendiamo questo diventiamo i peggiori nemici di noi stessi, se lasciamo che ci usino, che si insinuino tra le prole che diciamo per impossessarsene e cambiarle agendo così sui nostri sensi di colpa, noi non ci vogliamo bene.

Prendiamo l’abitudine di cogliere i segnali dall’inizio, di intuire subito se siamo di fronte a una persona che ci rispetta veramente e ci stima o si vuole servire di noi e se ci accorgiamo che il bene che abbiamo dimostrato non è realmente ricambiato, invertiamo subito la rotta. Noi ci meritiamo persone vere, meritiamo stima, considerazione e rispetto, meritiamo che ce lo dimostrino e che ricambino le nostre attenzioni.

Lo dico sempre, anche la reciprocità è una conquista e dare senza ricevere non è un vanto, non vuole dire “io non mi aspetto nulla e dare è la cosa giusta”, perché invece è sbagliata. Se vi comportate così autorizzate gli altri ad usarvi e a non rispettarvi, mentre VOI MERITATE RISPETTO!

Estromettete dalla vostra vita chi non vi dimostra di volervi nella sua, non sprecate tempo in spiegazioni e andate oltre che è un posto per pochi, ma quei pochi si trovano benissimo. Fatevi un regalo ogni volta che vi accorgete di essere stati usati e avete saputo reagire con dignità e fermezza . Anche una cosa piccola, ma che vi ricordi perché quel giorno siete entrati in quel negozio a comprare quel piccolo pensiero che vi siete dedicati o perché siete andati in un certo ristorante ad offrirvi un pranzo.
Lo avete fatto perché siete stati bravi, molto bravi .
Perché voi lo MERITATE !!

Uno sguardo a questa nuova sezione

Qualche parola sulla nuova “pagina “del blog che inauguriamo con questo articolo. “Me lo merito” è la frase, ma anche lo stile di vita che dopo una certa età dobbiamo imparare a interpretare al meglio, ricordandoci che molto più spesso dovremmo metterci al centro della nostra vita.

Perché “me lo merito”? Perché arriva quel momento, che invece sembra non giunga mai, dove ci meritiamo di accontentare noi stesse e non sempre gli altri, dove diventiamo figure prioritarie e non secondarie nello scenario della nostra quotidianità. L’importanza di sapere affermare che siamo le prime alle quali dare la precedenza, non toglie valore a chi, fino ad ora, è stata concessa ogni nostra disponibilità, ma ci riequibria su un giusto piano, quello dell’autostima e della considerazione.

Ogni volta che ci siamo messe in seconda posizione, ogni volta che ci siamo sacrificate, ogni volta che al posto nostro chiunque è venuto prima di noi, è accaduto perché abbiamo pensato che fosse giusto così, che per noi ci sarebbero stati in futuro altri momenti e altri spazi, ma quei momenti e quegli spazi nessuno ce li darà mai se non saremo noi ad affermare di volerli e meritarli. Ed è per questo che nasce questa sezione, dove parleremo di come gratificarci e di come premiarci ogni volta che riteniamo di avere messo in campo la volontà per alimentare autostima e amore per noi stesse.

Noi “meritiamo”perché diamo ogni giorno alla famiglia, al lavoro, al matrimonio, agli amici , noi non dobbiamo mai dimenticare che siamo brave. Molto brave.

-foto da Pinterest-

LA “PANTERATA”

Dall’anno in cui suo padre si era ammalato e poi era morto il 24 di agosto, quella era la prima volta che restava a ferragosto a Milano. Era stata una scelta fatta un po’ per rompere con il passato, ma anche per mettersi alla prova, per  guardare la realtà dritta negli occhi, nel silenzio della casa vuota, senza il passaggio di figli e nipoti, nell’eco rimandato dai ricordi di tanti momenti di vita famigliare,nel camminare per strade da sempre “loro”e che oggi vedeva deserte, quasi sconosciute. Parcheggiò nel cortile dell’azienda, era vuoto, entrò accese le luci e aprì la porta del suo ufficio, adiacente a quello più grande che occupava suo marito, il “capo”, il “padrone”. Era un’azienda che avevano creato lei e Roberto trentacinque anni prima, per consiglio di suo padre che di mobili se ne intendeva, con un piccolo mobilificio in Brianza aveva creato benessere per tutta la famiglia.  “ La gente vuole i divani moderni, in stile non li chiedono più, fate un prodotto che abbia un costo giusto e si adatti a tutte le case, non il salotto completo come usava una volta, le case sono diventate piccole.” Così avevano fatto ed era andata bene, i soldi per iniziare li aveva messi fuori suo padre ”è l’eredità di Lia, preferisco li abbia adesso che vi servono”, anche la casa le aveva comprato, grande e bella, perché la famiglia doveva  aumentare, il suo desiderio ora che aveva ceduto il piccolo mobilificio era di fare il nonno. Per comprare un appartamento di pari valore a tutti tre i figli aveva venduto il terreno a Vimercate e il negozio di Melzo, per lui e la moglie era importante averli condotti fin lì negli agi e nelle comodità, buone scuole, lunghe vacanze, una bella casa. Li aveva fatti studiare, su quello non c’erano stati santi a convincerlo, li  aveva voluti laureati tutti e tre, Anna in lingue, Lia in economia e commercio e quel disastro di Luca in giurisprudenza e chi l’avrebbe detto dopo quegli anni di agonia per fargli prendere una laurea, che sarebbe diventato un avvocato bravo e stimato. Lei glielo diceva sempre”Luca, se ti vedesse papà …come sarebbe contento…”

“Lia, ma papà lo sapeva, altrimenti non avrebbe insistito tanto e nemmeno avrebbe avuto tanta pazienza. Lui aveva capito che questa era la mia strada” e Luca aveva ragione, come spesso capitava quando parlavano.

L’avevano creato  lei e Roberto quel divanificio e con i soldi di suo padre, che poi erano i suoi perché a lei erano destinati, ma suo marito se ne era sempre sentito il padrone, il capo e ogni cosa doveva passare sotto di lui. Fondamentalmente lei era sua moglie, che lavorasse lì e ne curasse l’ufficio amministrativo era un dettaglio,che avesse fatto tre figli continuando a lavorare e a mandare avanti famiglia, casa e ufficio anche, che l’azienda fosse intestata interamente a Roberto pure”cosa cambia?É nostra, mia, tua dei nostri figli. Preferisco tu non ne sia coinvolta, la casa è intestata a te e nella vita non si sa mai…”

Era vero, nella vita non si sa mai, infatti chi poteva saperlo dopo quarant’anni di matrimonio che l’avrebbe visto entrare una sera in casa e dirle “ti devo parlare” a capo chino e senza guardarla negli occhi, come un bambino colpevole di qualcosa che sapeva non avrebbe dovuto essere commesso.  

Parole confuse, a tratti di scuse e in altri quasi a colpevolizzare lei, ma alla fine la sostanza era che lui se ne voleva andare perché “aveva diritto di essere felice”.

Felice con la “panterata”, quella trentenne che aveva assunto per le giornate dedicate alle vendite promozionali e rateali, quella che curava i social e che nel frattempo aveva curato anche lui. L’aveva soprannominata così proprio Roberto, perché lei amava indossare abiti con fantasie animalier, leopardato, tigrato, panterato ogni giorno cambiava e loro ci scherzavano, ma ora non faceva ridere, proprio per niente.

Anche se un po’ avrebbe dovuto, anche se sentire un quasi settantenne dire “lei non mi trova vecchio”, qualcosa di ridicolo che strappava un sorriso, sebbene amaro, c’era.

Lei invece lo trovava vecchio da degli anni, mentre appena  finito di cenare si metteva a russare davanti alla televisione era vecchio, quando per trascinarlo a cena con gli amici doveva implorarlo era vecchio, quando al cinema o a teatro doveva andare con un’amica perché lui non ne aveva voglia era vecchio e per centinaia di altre ragione lei, ebbene sì, lo trovava vecchio. Era l’uomo con il quale aveva creato una famiglia, fatto tre figli, idealizzato la vecchiaia, sognato di viaggiare, era quello che aveva amato,del quale si era fidata e per il quale aveva lavorato trentacinque anni “sei la padrona qui”intanto il padrone era lui. Da qualche mese era andata in pensione, continuava ad andare regolarmente in azienda,  anche se i suoi figli le dicevano”basta mamma, goditi un po’ la vita, lascia che lavorino gli altri, stai con i nipoti, fai un viaggio, non pensi mai a te”. 

Anche lei lo sapeva che non aveva mai pensato abbastanza a se stessa, ma se fai la madre, la moglie , la lavoratrice, se hai una casa grande e quattro nipoti di tempo per pensare a te stessa ne resta poco. Quella era la prima estate che restava a Milano e che non trascorreva con Roberto, lui era nella casa di Rapallo, i figli neanche per un attimo,erano stati sfiorati dall’idea di andarci, inferociti contro il padre e la “panterata”,quella era la prima estate in cui era veramente sola. 

Quel giorno era andata a vuotare l’ufficio, a finire di prendere le sue cose e voleva farlo mentre gli altri erano assenti, i saluti erano avvenuti prima della chiusura per ferie, quando il magazziniere e le impiegate erano andate come di consueto a salutarla. Abbracci forti e qualche lacrima “beh, cosa c’è da piangere? Due settimane e siete qua, avete tanta nostalgia dell’azienda?”, ma anche lei era commossa, emozionata, sebbene serena, perché non vedeva l’ora di andarsene, di non sentire più la voce di Roberto nell’altra stanza, quel tono che diventava un sussurro mentre telefonava e quel baci che,inconsapevole di essere udito, mandava dentro il cellulare come un adolescente. Eccoli trentacinque anni di vita da infilare dentro a due scatoloni e a dei sacchetti “ti ho lasciato dei sacchi nel tuo ufficio per la roba che vuoi portare via, anche se non capisco perché “. Il perché lo forniva quel rotolo di sacchi neri condominiali per l’immondizia, che Roberto aveva lasciato sulla sua scrivania, trentacinque anni dentro ai sacchi per i rifiuti, la sensibilità faceva il  colpo di scena con quel gesto ingenuamente crudele e inopportuno. Aveva scelto di andarsene e non sarebbe tornata sui suoi passi, benché tutto in quella azienda le fosse caro, non desiderava più entrare lì dentro ogni mattina, Roberto aveva tolto luce e fiato a troppe cose. Il tempo era volato, in quarant’anni di vita in comune non si era resa conto di avere vissuto la vita degli altri e per gli altri, di essersi spogliata di qualsiasi cosa per darla al marito consegnandosi fiduciosamente a uno che con lei “si sentiva vecchio”. Guardò fuori dalla finestra, il Pirellone era là in lontananza, un vecchio gigante buono, che le ricordava quando suo padre quando le diceva che Milano sarebbe diventata una grande metropoli, che il nuovo avrebbe sovrastato il vecchio e che di milanesi ce ne sarebbero stati sempre meno. Il “nuovo avrebbe sovrastato il vecchio”…proprio così, era andata esattamente in quel modo anche il suo matrimonio, che sembrava non dovesse finire mai. Quante cose avevano realizzato insieme, l’azienda che si era ingrandita anno dopo anno, la casa a Rapallo, quella a Courmayeur, i figli con i loro studi e le professioni che avevano avviato grazie a loro e il bene che si erano voluti anche in tempi più difficili, l’infarto di Roberto e lui che le diceva”se mi stai accanto tu io supero tutto”, beh…, panterata a parte, quasi tutto…

Finì di mettere via le sue cose, le cornici con le foto, le medicine che teneva in ufficio, vuotò la scrivania, i cassetti dell’armadietto,  buttò via tanto e tenne l’essenziale, poi carico le due scatole in auto e senza voltarsi si diresse a casa. “Dovremmo parlare del lato economico, tu verrai liquidata nel giusto modo”, aveva detto Roberto la sera in cui si preparava ad uscire di casa. “Liquidata? Tu pensi veramente che potrai mai liquidare me, la nostra famiglia, quarant’anni di matrimonio? Sinceramente pensi che ci sia una cifra,un vitalizio, un deposito bancario a mio favore che possa risarcirmi di ciò che ho investito e perso? Stiamo parlando della nostra vita insieme, di quello che credevo fossimo, di chi siamo stati e di chi pensavo saremmo diventati e saper che tu ha ritrovato un entusiasmo che avevi perso vicino a me, mi fa male,molto male, perché io, al contrario di te, ora ho perduto quello che ho sempre avuto  a essere tua moglie e la madre dei nostri figli.

Fai parlare il tuo avvocato con mio fratello, Luca penserà a tutto. Non parlo di denaro con te, te ne stai andando, ma non riuscirai a trasformarci in due che si accordano su chi terrà la casa al mare. Ci penseranno gli avvocati,non io non tu, io e te siamo stati una coppia che ha fatto tre figli, che ha creduto in qualcosa, che si è amata. 

Sono diventata troppo vecchia, non mi ami più ? Ok, lo accetto, vai, ma non fare i conti da bottegaio in questo momento,ti prego non alleggerirti la coscienza, vattene con dignità “. Roberto scuoteva la testa e diceva che non era così, che lei non capiva,che sarebbe rimasta per sempre la donna che aveva amato di più, ma Lia si chiuse in bagno e non volle vederlo uscire.  

Ora mentre stava rientrando nella casa vuota, nella calura di una giornata di agosto  attraversando strade quasi deserte, si rese conto che di lì in poi non doveva più pensare ad un “noi”ma solo a un “io” sconosciuto e trascurato e  che, tuttavia, sarebbe tornato a fare capolino nella sua vita. Improvvisamente vide un’enoteca aperta, accostò l’auto e scese, comprò una bottiglia di champagne, quello che piaceva a lei, anche se solitamente comprava un’altra marca che piaceva di più a Roberto. La sera stessa,dopo una doccia rinfrescante, seduta sul divano con un piatto di formaggi misti e cracker, mentre sorseggiava champagne ghiacciato, prenotò una settimana in una SPA,la pubblicità diceva :”Un periodo qui è la più bella dichiarazione d’amore che puoi fare a te stessa”

Quando suonò il telefono, vide che era sua figlia Federica, ma non rispose.Da quel momento urgenze e problemi,per un po’, se li sarebbero dovuti risolvere da soli. 

Lia doveva dedicarsi a una persona molto speciale che aveva assoluta necessità di lei : se stessa.

Le foto sono tratte da Pinterest