“E poi niente…ti ritrovi a considerare la tua vita, il tuo lavoro, le ore passate a studiare improbabili ricette, i servizi frenetici, caotici ed esaltanti, i flop rattoppati alla meglio (pochissimi per fortuna) e le tante soddisfazioni dei piatti “scarpettati”,i complimenti che fanno sempre piacere, anche per il piacere di condividerli col tuo staff, gli scontri coi “pinguini,ma anche i comuni successi. E lo stress. ..quello dello spezzato che ti spezza, quello dell’incessante ricerca del meglio, quello tanto difficile di tenere unito un team, col buonumore, con le battute che non devono mai mancare per stemperare le tensioni, a dispetto di una coordinazione e di un ordine che devi esser capace di imporre col solo tono della voce, anche in mezzo allo scherzo. E la stanchezza, che devi saper castigare nutrendoti solo con gli sguardi buttati ai piatti che rientrano vuoti e puliti… Ed il caos delle giornate “pesanti” ,le imprecazioni, le “missioni impossibili” che quasi per magia diventano possibili, le urla per i piatti che da troppo tempo aspettano di andare al tavolo, i sonori vaffa per la tagliata “en bleu” che è sul banco da 20 secondi e si raffredda, e la voglia , sempre più ricorrente di mandare al diavolo tutti e tutto, compreso questo fottuto mestiere… E poi ci ragioni. E ti rendi conto che, alla fine, tu sei nato per quello, che è la tua vera grande passione, che è insito in ogni stilla del tuo sangue, che è l’imprimatur del tuo dna, e che senza non saresti mai piu lo stesso, che non sarebbe lo stesso “vivere” , che nostalgia e rimpianto sarebbero così intensi e cocenti da devastarti.E da questa certezza tiri fuori tutta la linfa che ti serve per continuare la tua stressante, inquieta, faticosa, bellissima ed entusiasmante vita da chef..”
Introduco la nostra nuova sezione “MARIANGELA E ALFONSO CHEF DEL BLOG”, presentandoveli, senza enfatizzare, onorata ed emozionata per la loro collaborazione. Mariangela,chef per passione, ha respirato aria di alta cucina dall’infanzia. É una “figlia d’arte”, la sua mamma cuoca e la sua nonna chef in prestigiosi hotel a cinque stelle, le hanno trasmesso oltre che importanti nozioni, la grande passione e la capacità di esprimersi in cucina con fantasiosa competenza, ingegno e molta attitudine. Regina dei risotti,ma di molto altro, collaborerà con Alfonso Abate in questa pagina del blog.
Alfonso Abate …qui dovrei dilungarmi veramente molto, perché sono troppe le cose che riguardano la sua lunga e prestigiosa carriera che si è formata attraverso successi e attestazioni importanti, mi limiterò a dire che è un Executive Chef che ha diretto contemporaneamente fino a cinque ristoranti. Non vi parlero a lungo di lui, perché riporterò un suo scritto molto interessante sulla cucina e sul suo lavoro.
Mariangela e Alfonso, nord e sud, ci racconteranno i loro piatti,non saranno solo ricette, ma narrazioni per farci entrare in quel mondo magico che è la cucina. Ci sveleranno le loro preferenze e attraverso le loro ricette ci faranno sentire profumi e sapori che partiranno, da quelli nebbiosi e densi della pianura Padana per arrivare a quelli carichi di sole e mare del sud.
Allora porgo il mio benvenuto più sincero a Mariangela e ad Alfonso e invito tutti voi a seguirli …
L’invidia ha una sua ragione di esistere, se pur negativa, ma sempre meno patetica della frustrazione che certe persone provano nei confronti di altre. Si comprende da come partono all’attacco, dall’aggressività, dal portate avanti sempre la posizione sociale, il benessere, lo status dell’altro, a rinfacciarlo come una colpa e a non considerarlo come una condizione normale. Ognuno è quello che è indipendentemente da dove abita, dai vestiti e dalle auto che possiede, e a darne una connotazione sono quello che fa e come si comporta e chi è diventato attraverso le sue capacità, con la sua storia presente e passata.
I social sono una vetrina dove ,con i commenti che fanno, i like che mettono o non mettono, viene mostrata quanta invidia provano o quanta falsità hanno. La maleducazione con la quale si approcciano agli altri e l’assenza d’ironia che palesano nelle loro risposte, evidenziano immediatamente la miseria intellettuale di cui sono provvisti. I social sono cassa di risonanza della negatività, raccoglitori di maldicenze, contenitori di bassezze e con lo stesso piacere con cui avviciniamo chi mostra garbo, intelletto, senso dell’umorismo e buone maniere, dobbiamo eliminare con classe chi appesantisce con domande inopportune o atteggiamenti sgradevoli la nostra permanenza su piattaforme, che piatte sono ben poco e formano velocemente un’immagine abbastanza precisa di chi ci sta avvicinando. L’invidioso inconsapevolmente ci ammira, non vuole quello che abbiamo, perché è conscio di non poterlo avere, di non averne le capacità, la struttura e il passo per muoversi come noi, quello che desidera è vedercene privati, sapere che anche noi non abbiamo più ciò che ci rende così speciali ai suoi occhi. È facile riconoscerli, hanno un marchio di fabbrica, la gentilezza mielosa che ci induce a lasciarli fare, a passare sopra alla loro pochezza, ma è sbagliato, molto sbagliato. Dobbiamo liberarcene in fretta, perché se nella vita è più difficile, il mondo virtuale ci consente di avere ciò che meritiamo: pace e serenità, persone che ci stimano sinceramente o che con naturale franchezza ci trovano antipatiche, ma in modo sano, senza trame nascoste o piccole miserie che quando vengono a galla dimostrano sempre la stessa cosa: per quello che abbiamo ingenuamente dato meritavamo di meglio. A dare sono sempre gli stessi e a prendere anche, con una differenza che chi da, è perché può dare e chi prende lo deve fare, perché da solo non riesce a concludere nulla di soddisfacente.
La vita non è semplice, certo per alcuni lo è di meno che per altri, passiamo attraverso tante battaglie, tempeste e dolori, a me, ad esempio, nulla a parte il l’ottimismo e la naturale voglia di resistere, mi è stato regalato, ma mi basta per sorridere e fare click su quelli che non contano, che non sanno fare e sanno solo odiare
Spesso lo dimentichiamo e sopportiamo di essere trascurati, emarginati ed esclusi . Il vero problema sta nel fatto che tutti tendiamo a credere che gli altri si comportino come avremmo fatto noi, ma gli altri non sono noi. La ragione principale di questa discrepanza è sempre tra il dare e l’avere, tra il porgere e il non ricevere, tra il dire e non ricevere risposta, tra la spontaneità di chi non lesina nulla e la premeditata furbizia di chi prende solo.
”Io avrei detto, io avrei fatto, io avrei dato” questo è il punto, se fossimo stati al posto dell’altro ci saremmo comportati com’è nella nostra natura di persone aperte, buone e generose e invece è andata diversamente, cioè nulla è stato detto, niente è stato fatto e dato. Perché è così che si rimane delusi e avviliti, quando veniamo usati e soprattutto quando ci mettiamo nella condizione di permettere a qualcuno di farlo e di agire sulla nostra buonafede . La prima cosa che ci meritiamo è il RISPETTO, il venire considerati dalle persone che trattiamo con riguardo e amicizia nello stesso identico modo, di vedere che alle parole seguono i fatti . Se non pretendiamo questo diventiamo i peggiori nemici di noi stessi, se lasciamo che ci usino, che si insinuino tra le prole che diciamo per impossessarsene e cambiarle agendo così sui nostri sensi di colpa, noi non ci vogliamo bene.
Prendiamo l’abitudine di cogliere i segnali dall’inizio, di intuire subito se siamo di fronte a una persona che ci rispetta veramente e ci stima o si vuole servire di noi e se ci accorgiamo che il bene che abbiamo dimostrato non è realmente ricambiato, invertiamo subito la rotta. Noi ci meritiamo persone vere, meritiamo stima, considerazione e rispetto, meritiamo che ce lo dimostrino e che ricambino le nostre attenzioni.
Lo dico sempre, anche la reciprocità è una conquista e dare senza ricevere non è un vanto, non vuole dire “io non mi aspetto nulla e dare è la cosa giusta”, perché invece è sbagliata. Se vi comportate così autorizzate gli altri ad usarvi e a non rispettarvi, mentre VOI MERITATE RISPETTO!
Estromettete dalla vostra vita chi non vi dimostra di volervi nella sua, non sprecate tempo in spiegazioni e andate oltre che è un posto per pochi, ma quei pochi si trovano benissimo. Fatevi un regalo ogni volta che vi accorgete di essere stati usati e avete saputo reagire con dignità e fermezza . Anche una cosa piccola, ma che vi ricordi perché quel giorno siete entrati in quel negozio a comprare quel piccolo pensiero che vi siete dedicati o perché siete andati in un certo ristorante ad offrirvi un pranzo. Lo avete fatto perché siete stati bravi, molto bravi . Perché voi lo MERITATE !!
Qualche parola sulla nuova “pagina “del blog che inauguriamo con questo articolo. “Me lo merito” è la frase, ma anche lo stile di vita che dopo una certa età dobbiamo imparare a interpretare al meglio, ricordandoci che molto più spesso dovremmo metterci al centro della nostra vita.
Perché “me lo merito”? Perché arriva quel momento, che invece sembra non giunga mai, dove ci meritiamo di accontentare noi stesse e non sempre gli altri, dove diventiamo figure prioritarie e non secondarie nello scenario della nostra quotidianità. L’importanza di sapere affermare che siamo le prime alle quali dare la precedenza, non toglie valore a chi, fino ad ora, è stata concessa ogni nostra disponibilità, ma ci riequibria su un giusto piano, quello dell’autostima e della considerazione.
Ogni volta che ci siamo messe in seconda posizione, ogni volta che ci siamo sacrificate, ogni volta che al posto nostro chiunque è venuto prima di noi, è accaduto perché abbiamo pensato che fosse giusto così, che per noi ci sarebbero stati in futuro altri momenti e altri spazi, ma quei momenti e quegli spazi nessuno ce li darà mai se non saremo noi ad affermare di volerli e meritarli. Ed è per questo che nasce questa sezione, dove parleremo di come gratificarci e di come premiarci ogni volta che riteniamo di avere messo in campo la volontà per alimentare autostima e amore per noi stesse.
Noi “meritiamo”perché diamo ogni giorno alla famiglia, al lavoro, al matrimonio, agli amici , noi non dobbiamo mai dimenticare che siamo brave. Molto brave.
Dall’anno in cui suo padre si era ammalato e poi era morto il 24 di agosto, quella era la prima volta che restava a ferragosto a Milano. Era stata una scelta fatta un po’ per rompere con il passato, ma anche per mettersi alla prova, per guardare la realtà dritta negli occhi, nel silenzio della casa vuota, senza il passaggio di figli e nipoti, nell’eco rimandato dai ricordi di tanti momenti di vita famigliare,nel camminare per strade da sempre “loro”e che oggi vedeva deserte, quasi sconosciute. Parcheggiò nel cortile dell’azienda, era vuoto, entrò accese le luci e aprì la porta del suo ufficio, adiacente a quello più grande che occupava suo marito, il “capo”, il “padrone”. Era un’azienda che avevano creato lei e Roberto trentacinque anni prima, per consiglio di suo padre che di mobili se ne intendeva, con un piccolo mobilificio in Brianza aveva creato benessere per tutta la famiglia. “ La gente vuole i divani moderni, in stile non li chiedono più, fate un prodotto che abbia un costo giusto e si adatti a tutte le case, non il salotto completo come usava una volta, le case sono diventate piccole.” Così avevano fatto ed era andata bene, i soldi per iniziare li aveva messi fuori suo padre ”è l’eredità di Lia, preferisco li abbia adesso che vi servono”, anche la casa le aveva comprato, grande e bella, perché la famiglia doveva aumentare, il suo desiderio ora che aveva ceduto il piccolo mobilificio era di fare il nonno. Per comprare un appartamento di pari valore a tutti tre i figli aveva venduto il terreno a Vimercate e il negozio di Melzo, per lui e la moglie era importante averli condotti fin lì negli agi e nelle comodità, buone scuole, lunghe vacanze, una bella casa. Li aveva fatti studiare, su quello non c’erano stati santi a convincerlo, li aveva voluti laureati tutti e tre, Anna in lingue, Lia in economia e commercio e quel disastro di Luca in giurisprudenza e chi l’avrebbe detto dopo quegli anni di agonia per fargli prendere una laurea, che sarebbe diventato un avvocato bravo e stimato. Lei glielo diceva sempre”Luca, se ti vedesse papà …come sarebbe contento…”
“Lia, ma papà lo sapeva, altrimenti non avrebbe insistito tanto e nemmeno avrebbe avuto tanta pazienza. Lui aveva capito che questa era la mia strada” e Luca aveva ragione, come spesso capitava quando parlavano.
L’avevano creato lei e Roberto quel divanificio e con i soldi di suo padre, che poi erano i suoi perché a lei erano destinati, ma suo marito se ne era sempre sentito il padrone, il capo e ogni cosa doveva passare sotto di lui. Fondamentalmente lei era sua moglie, che lavorasse lì e ne curasse l’ufficio amministrativo era un dettaglio,che avesse fatto tre figli continuando a lavorare e a mandare avanti famiglia, casa e ufficio anche, che l’azienda fosse intestata interamente a Roberto pure”cosa cambia?É nostra, mia, tua dei nostri figli. Preferisco tu non ne sia coinvolta, la casa è intestata a te e nella vita non si sa mai…”
Era vero, nella vita non si sa mai, infatti chi poteva saperlo dopo quarant’anni di matrimonio che l’avrebbe visto entrare una sera in casa e dirle “ti devo parlare” a capo chino e senza guardarla negli occhi, come un bambino colpevole di qualcosa che sapeva non avrebbe dovuto essere commesso.
Parole confuse, a tratti di scuse e in altri quasi a colpevolizzare lei, ma alla fine la sostanza era che lui se ne voleva andare perché “aveva diritto di essere felice”.
Felice con la “panterata”, quella trentenne che aveva assunto per le giornate dedicate alle vendite promozionali e rateali, quella che curava i social e che nel frattempo aveva curato anche lui. L’aveva soprannominata così proprio Roberto, perché lei amava indossare abiti con fantasie animalier, leopardato, tigrato, panterato ogni giorno cambiava e loro ci scherzavano, ma ora non faceva ridere, proprio per niente.
Anche se un po’ avrebbe dovuto, anche se sentire un quasi settantenne dire “lei non mi trova vecchio”, qualcosa di ridicolo che strappava un sorriso, sebbene amaro, c’era.
Lei invece lo trovava vecchio da degli anni, mentre appena finito di cenare si metteva a russare davanti alla televisione era vecchio, quando per trascinarlo a cena con gli amici doveva implorarlo era vecchio, quando al cinema o a teatro doveva andare con un’amica perché lui non ne aveva voglia era vecchio e per centinaia di altre ragione lei, ebbene sì, lo trovava vecchio. Era l’uomo con il quale aveva creato una famiglia, fatto tre figli, idealizzato la vecchiaia, sognato di viaggiare, era quello che aveva amato,del quale si era fidata e per il quale aveva lavorato trentacinque anni “sei la padrona qui”intanto il padrone era lui. Da qualche mese era andata in pensione, continuava ad andare regolarmente in azienda, anche se i suoi figli le dicevano”basta mamma, goditi un po’ la vita, lascia che lavorino gli altri, stai con i nipoti, fai un viaggio, non pensi mai a te”.
Anche lei lo sapeva che non aveva mai pensato abbastanza a se stessa, ma se fai la madre, la moglie , la lavoratrice, se hai una casa grande e quattro nipoti di tempo per pensare a te stessa ne resta poco. Quella era la prima estate che restava a Milano e che non trascorreva con Roberto, lui era nella casa di Rapallo, i figli neanche per un attimo,erano stati sfiorati dall’idea di andarci, inferociti contro il padre e la “panterata”,quella era la prima estate in cui era veramente sola.
Quel giorno era andata a vuotare l’ufficio, a finire di prendere le sue cose e voleva farlo mentre gli altri erano assenti, i saluti erano avvenuti prima della chiusura per ferie, quando il magazziniere e le impiegate erano andate come di consueto a salutarla. Abbracci forti e qualche lacrima “beh, cosa c’è da piangere? Due settimane e siete qua, avete tanta nostalgia dell’azienda?”, ma anche lei era commossa, emozionata, sebbene serena, perché non vedeva l’ora di andarsene, di non sentire più la voce di Roberto nell’altra stanza, quel tono che diventava un sussurro mentre telefonava e quel baci che,inconsapevole di essere udito, mandava dentro il cellulare come un adolescente. Eccoli trentacinque anni di vita da infilare dentro a due scatoloni e a dei sacchetti “ti ho lasciato dei sacchi nel tuo ufficio per la roba che vuoi portare via, anche se non capisco perché “. Il perché lo forniva quel rotolo di sacchi neri condominiali per l’immondizia, che Roberto aveva lasciato sulla sua scrivania, trentacinque anni dentro ai sacchi per i rifiuti, la sensibilità faceva il colpo di scena con quel gesto ingenuamente crudele e inopportuno. Aveva scelto di andarsene e non sarebbe tornata sui suoi passi, benché tutto in quella azienda le fosse caro, non desiderava più entrare lì dentro ogni mattina, Roberto aveva tolto luce e fiato a troppe cose. Il tempo era volato, in quarant’anni di vita in comune non si era resa conto di avere vissuto la vita degli altri e per gli altri, di essersi spogliata di qualsiasi cosa per darla al marito consegnandosi fiduciosamente a uno che con lei “si sentiva vecchio”. Guardò fuori dalla finestra, il Pirellone era là in lontananza, un vecchio gigante buono, che le ricordava quando suo padre quando le diceva che Milano sarebbe diventata una grande metropoli, che il nuovo avrebbe sovrastato il vecchio e che di milanesi ce ne sarebbero stati sempre meno. Il “nuovo avrebbe sovrastato il vecchio”…proprio così, era andata esattamente in quel modo anche il suo matrimonio, che sembrava non dovesse finire mai. Quante cose avevano realizzato insieme, l’azienda che si era ingrandita anno dopo anno, la casa a Rapallo, quella a Courmayeur, i figli con i loro studi e le professioni che avevano avviato grazie a loro e il bene che si erano voluti anche in tempi più difficili, l’infarto di Roberto e lui che le diceva”se mi stai accanto tu io supero tutto”, beh…, panterata a parte, quasi tutto…
Finì di mettere via le sue cose, le cornici con le foto, le medicine che teneva in ufficio, vuotò la scrivania, i cassetti dell’armadietto, buttò via tanto e tenne l’essenziale, poi carico le due scatole in auto e senza voltarsi si diresse a casa. “Dovremmo parlare del lato economico, tu verrai liquidata nel giusto modo”, aveva detto Roberto la sera in cui si preparava ad uscire di casa. “Liquidata? Tu pensi veramente che potrai mai liquidare me, la nostra famiglia, quarant’anni di matrimonio? Sinceramente pensi che ci sia una cifra,un vitalizio, un deposito bancario a mio favore che possa risarcirmi di ciò che ho investito e perso? Stiamo parlando della nostra vita insieme, di quello che credevo fossimo, di chi siamo stati e di chi pensavo saremmo diventati e saper che tu ha ritrovato un entusiasmo che avevi perso vicino a me, mi fa male,molto male, perché io, al contrario di te, ora ho perduto quello che ho sempre avuto a essere tua moglie e la madre dei nostri figli.
Fai parlare il tuo avvocato con mio fratello, Luca penserà a tutto. Non parlo di denaro con te, te ne stai andando, ma non riuscirai a trasformarci in due che si accordano su chi terrà la casa al mare. Ci penseranno gli avvocati,non io non tu, io e te siamo stati una coppia che ha fatto tre figli, che ha creduto in qualcosa, che si è amata.
Sono diventata troppo vecchia, non mi ami più ? Ok, lo accetto, vai, ma non fare i conti da bottegaio in questo momento,ti prego non alleggerirti la coscienza, vattene con dignità “. Roberto scuoteva la testa e diceva che non era così, che lei non capiva,che sarebbe rimasta per sempre la donna che aveva amato di più, ma Lia si chiuse in bagno e non volle vederlo uscire.
Ora mentre stava rientrando nella casa vuota, nella calura di una giornata di agosto attraversando strade quasi deserte, si rese conto che di lì in poi non doveva più pensare ad un “noi”ma solo a un “io” sconosciuto e trascurato e che, tuttavia, sarebbe tornato a fare capolino nella sua vita. Improvvisamente vide un’enoteca aperta, accostò l’auto e scese, comprò una bottiglia di champagne, quello che piaceva a lei, anche se solitamente comprava un’altra marca che piaceva di più a Roberto. La sera stessa,dopo una doccia rinfrescante, seduta sul divano con un piatto di formaggi misti e cracker, mentre sorseggiava champagne ghiacciato, prenotò una settimana in una SPA,la pubblicità diceva :”Un periodo qui è la più bella dichiarazione d’amore che puoi fare a te stessa”
Quando suonò il telefono, vide che era sua figlia Federica, ma non rispose.Da quel momento urgenze e problemi,per un po’, se li sarebbero dovuti risolvere da soli.
Lia doveva dedicarsi a una persona molto speciale che aveva assoluta necessità di lei : se stessa.
La vacanza è nella testa molto più che nella partenza e nel soggiorno in località turistiche, quindi se non avete in programma nessuna valigia da fare, non è detto che non possiate trascorrere un bel periodo di ferie ugualmente. La città offre mille cose, che prevedono giornate intere in piscine alle quali potete accedere la mattina e andarvene a fine giornata dopo un ottimo aperitivo, mostre e musei da visitare, escursioni guidate, SPA dove andarsi a rilassare e coccolare, ristoranti di tutte le etnie per assaggiare cucine differenti e molto altro ancora. Organizzatevi il vostro periodo a tavolino facendo un programma preciso, prenotando dove si renda necessario farlo e seguitelo, aggiungete qualche aperitivo o colazione in location che abbiano un giardino o una terrazza e scoprirete che una vacanza in città soli o in compagnia ha il suo grande, interessante e piacevole perché. È la testa che va in vacanza, non l’auto che vi porta da qualche parte, staccare, cambiare, estraniarsi e dimenticare problemi e routine si può fare anche in casa propria, ma lo si deve decidere e nel momento in cui il pensiero e la determinazione scattano, siamo già entrati nella nostra personale vacanza.
In tema di abbigliamento, apprezzo le donne che dopo una certa età si scoprono con parsimonia, parlo di lunghezza delle gonne e scollature. Niente è più chic per le over 50, di un vestito lungo, che sia un caftano,uno chemisier o un camicione.
D’estate, mentre vedo spettacoli di ordinaria follia in giro per la città, ma anche al mare, credo che una delle migliori soluzioni per sentirsi a proprio agio con stile, sia proprio quella di indossare cose fresche ma che mantengano un tono elegante. Abiti di cotone e lino, completi casacca e pantalone, chemisier,ma no assoluto a pantaloncini,canottiere, abiti trasparenti e scollature vertiginose. Non perdiamo di vista l’età, la possibilità di non essere adeguate e soprattutto lo stile che mai ci deve abbandonare, anche nelle giornate più afose, anche quando ci sentiamo gonfie come mongolfiere. Scoprirsi non è la chiave di lettura giusta per non patire caldo, ma è quella che ci copre di ridico quando ci vestiamo non come le nostre figlie , ma piuttosto come le nipoti. Possiamo indossare un sandalo al posto delle orribili ciabatte che si vedono nei piedi di certe donne, una bella camicia a maniche corte invece che le terrificanti canottiere,un completo pantaloni o un pigiama palazzo dovrebbero essere preferibili ad abiti corti e troppo attillati Il buon gusto e la forza di gravità sentitamente ringraziano….
Ci amiamo da quattro anni,ma noi il pranzo di Natale insieme non lo abbiamo fatto il 25 e nemmeno il 24, quest’anno è caduto di sabato con le banche chiuse, quindi lui non sarebbe stato al lavoro, così ci siamo incontrati nel solito ristorante il 23 alle 13,15. Io gli ho regalato un portafogli, lui a me degli orecchini d’oro con una rosellina centrale con dei brillantini, un bel regalo, sproporzionato rispetto al mio, ma è il suo modo di chiedermi scusa, per non trascorrere il Natale, il Capodanno e tutte le feste comandate con me. Non eravamo allegri, lui guardava l’orologio e io avevo una rabbia dentro che volevo buttare fuori, ma non coglievo il pretesto per innescare una discussione, per dirgli basta questa non è vita, forse non è neppure amore e mentre lo pensavo ero noiosa anche per me stessa, che questo sermone l’ho fatto, detto e urlato ormai decine di volte. Scappo, hai detto, devo finire un lavoro in fretta perché alle 16 devo portare il piccolo dal dentista.
-Il 23 di dicembre? Ma piantala, dovrai andare con tua moglie a comprare i regali …
-Anche, sai che noia…
-Dici che con lei non esci mai…
-Infatti, solo due commissioni veloci per il regalo ai nostri medici di famiglia…
-E avete bisogno di andare in due?
-Oh, ma che scocciante che sei, per una cretinata…
-Certo, una cretinata, io la chiamerei una balla da mettere insieme a tutte quelle che dici in continuazione a lei e anche a me.
-Per sopravvivere a lei, per non perdere te, perché tu non capisci, non ti rendi conto, che presto le cose cambieranno…
-Presto ? Sei ridicolo, ciao Buon Natale
-Ma dai, aspetta, non lasciarmi così. Poi ti volevo dire che il 26 mi tocca portarli in montagna da mia sorella, tornano il primo e fra andare e tornare e ritornare a prenderli, mi conviene restare in montagna.…
Le ultime parole non le ho neppure sentite, balbettava cose sulla sua prossima e definitiva uscita da casa, ma io ero troppo umiliata, arrabbiata con me stessa e bisognosa di fuggire da lì. Però dopo qualche passo, sono tornata indietro, lui stava pagando, ha alzato la testa e mi ha guardata sorridendo,ma il sorriso gli è sparito subito”questi non li voglio, non mi tieni buona con un paio di orecchini”…
Eccomi per strada, triste e furiosa, ma anche sollevata, l’idea del bacetto di nascosto in auto, della telefonatina dal bagno stanotte, del messaggio con le solite frasi riparatrici e cariche di promesse che mai manterrà, con questa lite e con il conseguente offensivo gesto della restituzione del regalo, ci renderanno liberi entrambi. Lui di non chiamarmi per una settimana, può giustamente fare l’offeso, io di non aspettarmi nulla, di tornare padrona del mio tempo e di non vivere la mia vita in funzione dei ritagli del suo
. Sono quattro anni che lo aspetto,ma forse non è esatto, che aspetto da me stessa quella forza e quella lealtà per affrontare la verità senza gli alibi che me la rendano leggibile come piace a me. È troppo facile dire che lo sapevo che era un uomo sposato e ancor più scontato definire lui un debole, ci siamo innamorati, ci siamo raccontati una storia, un sogno o una favola sapendo entrambi che farla durare troppo era un errore, ma sbagliare talvolta è bello e indispensabile per chi è affamato di vita. Tutto si riduce velocemente a questo, si è innamorato di me, ma vuole bene a loro. Dopo sono andata alla Rinascente a comprare qualche piccolo regalo per gli amici, ho fatto qualche telefonata per organizzare un aperitivo per la sera del 24 e ho accettato di andare a pranzo da mia cugina il 25, ho ricominciato dalle piccole cose, perché è da quelle che si riprende in mano la propria vita, con le lacrime che cominciano a scendere, il bavero del cappotto alzato e una storia durata quattro anni,chiusa in quattro minuti…
Certi scatti ci ritraggono in maniera impietosa, ma realistica e anche se sono quelli che odiamo di più, sono proprio loro che ci rendono il servizio migliore, ossia ci suggeriscono quello che possiamo migliorare. Non dobbiamo disperarci per certi cambiamenti, ma neppure ignorarli e fin dove possiamo, senza stravolgimenti, è giusto cercare di porre qualche rimedio. Accettare un cambiamento di peso o del tono muscolare è normale, ma lasciarsi andare è segno di un certo disamore verso se stesse se non addirittura verso la vita. Senza estremizzare nulla, ma con metodo, senza pensare di tornare quelle di una volta, ma di essere sempre donne gradevoli, togliamoci di dosso quello che ci disturba, ma solo se disturba noi. Se mai dovesse essere oggetto di critiche da parte di altri, ricordiamoci che noi non siamo i cinque o dieci chili di troppo che abbiamo, bensì classe, intelligenza e simpatia . Questo sempre e comunque ! In tema di abbigliamento poi, apprezzo le donne che dopo una certa età si scoprono con parsimonia, parlo di lunghezza delle gonne e scollature. Il buon gusto e la forza di gravità sentitamente ringraziano….