É questione di giorni… ebbene sì, puntuale come ogni promessa di chi quando le fa le mantiene, come il Natale che arriva tutti gli anni, come un appuntamento che cercherò di rispettare sempre, fra pochi giorni uscirà il mio SECONDO LIBRO !! É cominciato tutto da me che sognavo e da voi che mi avete incoraggiato a portare a compimento un progetto che giaceva dentro al cuore e ad un cassetto, ma ciò che è racchiuso come un tesoro dentro di noi prima o poi viene fuori. Ora scrivere è diventata una necessità, un impegno e anche una grande gratificazione, alla quale non saprei rinunciare. Volevo che uscisse per Natale e ci sono riuscita, farà compagnia a chi se ne starà in casa, oppure sarà un regalo che potete fare o farvi, perché non so se sia bello o non lo sia, ma so che dentro c’è qualcosa in cui ognuno potrà ritrovare una parte di se stesso. Tra pochi giorni si partirà con questa nuova avventura e vi preannuncio che non saranno racconti , ma un romanzo…poi se ci penso anche la mia vita lo è stata, quindi … -foto da Pinterest-
Io e la mia sorella gemella siamo sempre andate d’accordo, gemelle per modo di dire, lei molto bella, io non brutta, ma neanche come lei, insomma tutte le volte le persone dicevano”ah siete gemelle…”una meraviglia che sottolineava la differenza eclatante tra la sua bellezza e la mia . Però noi siamo sempre state unite, lei era affettuosa, ci rideva sul fatto di essere bella, mi accarezzava e diceva”se ti guardassero come ti guardo io, scoprirebbero che la più bella sei tu”e io non ero gelosa e invidiosa perché le ho sempre voluto molto bene. All’università abbiamo conosciuto un ragazzo, per me amore a prima vista e anche per lui, ma per mia sorella. Si fidanzarono e sposarono appena ci laureammo tutti e tre, poi loro partirono per il viaggio di nozze e io che ero stata assunta da un’azienda francese, fui mandata per due anni a Parigi. Per me fu un bene, innamorata com’ero del marito di mia sorella, meno lo vedevo meglio stavo, ma questo senso di liberazione che provavo stando lontana da lei, mi faceva sentire in colpa, perché chi sbagliava tutto ero io che non riuscivo a togliermi dalla testa l’uomo sbagliato. Tornai a casa definitivamente due anni dopo ed ero molto diversa, ero diventata elegante, chic, cambiato taglio e colore di capelli, ma soprattutto avevo acquisito una sicurezza e un’indipendenza che facevano di me una donna affascinante. Con mia sorella si ristabilì il vecchio legame di affetto e intesa, loro abitavano nella vecchia casa di famiglia nel centro della città, con i nostri genitori. Quella casa l’abbiamo sempre amata molto, ci abbiamo abitato con i nonni quando eravamo bambine, era grande su due piani con un bel giardino, una vecchia villetta che per tacito accordo abbiamo sempre saputo che, anche da sposate e con nuove famiglie , sarebbe rimasta la casa di tutte e due. Mi ero accorta che mio cognato mi guardava spesso, che mi sorrideva quando arrivavo a tavola alla sera e mio padre brontolava perché ero in ritardo, che mi metteva lo zucchero nel caffè senza chiedermi quanti cucchiaini volessi e mi stupivano certi gesti come sfiorarmi i capelli passando dietro al divano dove ero seduta o accarezzare il mio cappotto sulla sedia. Io uscivo con altri uomini, ma silenziosamente amavo sempre lui, l’unico inaccessibile, l’amore impossibile per eccellenza. Passarono gli anni loro ebbero due figli che oggi sono entrambi sposati e li hanno resi nonni, i miei genitori a distanza di un anno l’uno dall’altra, morirono e io continuai con il mio lavoro facendo una bella carriera, ma senza crearmi una famiglia mia. Avevo delle storie, ho avuto anche un fidanzamento più serio e lungo, ma non volevo sposarmi, non sentivo l’esigenza di crearmi una famiglia, mi bastava l’affetto di mia sorella, quello dei miei nipoti che per me sono stati dei figli, ma soprattutto a impedirmelo era una sola verità :amavo mio cognato e nel tempo capii che anche lui mi amava. Ce lo dicevamo con gli occhi cento volte in un giorno, ogni gesto che lui faceva era mirato a dimostrarmelo, ma è sempre rimasto un rapporto platonico e mai dichiarato. Fino a quando un giorno rimanemmo da soli nella casa al mare, mia sorella, partita alla mattina per una visita medica in città doveva rientrare in serata, ma per un problema ci disse con il figlio maggiore,telefonò per comunicare che sarebbero arrivati la mattina dopo. Preparammo la cena in silenzio, poi lui mi guardò e disse”ti amo molto, non dico di avere sposato la sorella sbagliata perché sarebbe ingiusto, ma niente e nessuno potranno mai cambiare quello che provo per te. Sono un uomo strano, io stasera parto e vado a casa, domani torno con loro, perché qui con te, so che non riuscirei a trattenermi e sia io che te vogliamo troppo bene a tua sorella per comportarci da traditori. La vita è passata così, a casa siamo rimasti noi tre, tante volte ho manifestato l’intenzione di trasferirmi in una casa mia, di lasciarli da soli, ma tutte le volte mia sorella ne ha fatto una tragedia, ha dichiarato che se me ne fossi andata, per lei quella casa non avrebbe più avuto un senso. A sessant’anni, è stata colpita da un brutto male, prima dell’operazione mi ha chiamata e mi ha detto”ascolta quello che ti dico, se non dovessi farcela a M. devi pensarci tu, lo devi sposare tu”. “ Ma cosa vai a pensare, cosa dici … tu ce la farai e non dire sciocchezze”. Le ha sorriso e ha detto mi credi cieca, io vi devo solo ringraziare per il rispetto e il bene che mi avete voluto. Per le persone che mi avete dimostrato di essere. L’operazione è andata bene e da quel giorno non abbiamo mai più fatto accenno a quel discorso. Ora, ci siamo trasferiti nella casa al mare lasciando ai ragazzi la villetta che nel frattempo è stata ristrutturata e divisa, le famiglie sono diventate due e quelle patriarcali come la nostra non esistono più. Io la sera mi chiudo in camera per vedere la televisione e lasciarli soli e loro cominciano a chiamarmi, dai vieni qui, guardiamo quello che vuoi tu, allora arrivi???
Poi d’estate mio cognato si alza, va in cucina e ci porta il gelato, in inverno la tisana con i biscotti. Tiene sua moglie per mano quando sono loro due sul divano, le vuole bene e molto. Sono quasi cinquant’anni che amo quell’uomo, ogni tanto quando mi preparo per andare in città mi guarda e mi dice, sei sempre la più elegante, una volta mi ha baciato la mano , ma poi si è subito ripreso e ha detto, se tardi chiama, qui si cena alle venti, mica possiamo aspettarti tutta la sera, ma io so che è preoccupato di sapermi alla guida al buio. Però, anche se abbiamo nutrito un sentimento sbagliato, siamo fieri di noi, perché abbiamo fatto del nostro meglio per non essere due orribili persone, anche se eravamo innamorati.
Anche una vecchia pubblicità ci può ricordare quanto siano stati belli gli anni in cui quasi nessuno diceva ” uffa arriva il Natale, non vedo l’ora che sia il 7 gennaio”. Personalmente quando sento qualcuno dire questa frase, ne ho una pessima impressione. É diventata una banalità, un luogo comune dei più diffusi, che include un inutile attesa di qualcosa che invece, si può ottenere immediatamente, ignorando le festività e chi le celebra. Partite o chiudetevi in casa, non rovinate la festa, anzi le feste a chi le ama e le festeggia con gioia, insomma neutralizzatevi, ma non ammorbateci con l’”odio seriale natalizio “. Per quanto mi riguarda io amo il Natale, lo aspetto e lo preparo con cura, mi piace ed è il periodo dell’anno che amo di più, questo è stato fin da bambina, quando era percepito come qualcosa di veramente speciale. Mi piacerebbe molto poterne rivivere uno altrettanto magico, come erano quegli anni, perché gli anni sessanta sono stati magia pura in tutti i sensi, un Natale con la neve, anzi mi basterebbe con la nebbia fitta e le luci dell’albero che si riflettono sui vetri appannati delle finestre, la tovaglia rossa ricamata sul tavolo e quel profumo di panettone e famiglia ovunque. Mi piacerebbe un Natale vintage.
Vestiti del tuo stile, della tua personalità e non scegliere un capo in base all’etichetta, ma solo attraverso ciò che di lui ti piace veramente e che si trasforma in una seconda pelle che copre la prima. Vestiti senza eccessi , senza strafare, a una donna della nostra età non sono adatti e non le regalano altro che un aspetto addobbato. Vestiti del tuo sorriso e della tua sicurezza,perché quando per prime piacciamo a noi stesse, facilmente anche gli altri ci troveranno piacevoli e piacenti. Vestiti tutte le mattine come se là fuori ci fosse qualcosa d’importante ad attenderti, perché c’è e sei tu, prendersi cura di se stessi è la cosa più gratificante che tu possa fare per la tua persona e per stare meglio. Vestiti del tuo fascino che sarà sempre quello che metterà in secondo piano, i chili di troppo e i segni della vita sul viso. La tua compagnia, il tuo modo di fare, la tua ironia, l’intelligenza e la tua piacevolezza sono quelle atouts che vincono sulla bellezza e sulla perfezione, che ti renderanno immensamente più interessante di chi si affida solo a quella. Ma soprattutto vestiti di allegria e positività, trasmettila, regala ottimismo, ogni giorno è il giorno più bello e noi dobbiamo essere fantastiche.
Quando ero bambina amavo moltissimo giocare con Barbie.
Avevo una miriade di abitini, tanti cuciti su misura di quei corpicini da mia nonna, contenuti in un vecchio contenitore del Dixan in polvere.
Avevo la casa con l’ascensore, l’auto e persino il salone del parrucchiere.
Sono stata una bimba fortunata, ed ora me ne rendo conto.
Senza averne coscienza, giocando per ore nei lunghi pomeriggi invernali dopo la scuola, ho scritto silenziosamente centinaia di storie.
Puntualmente, erano storie a lieto fine.
Con momenti di difficoltà, che, talvolta, sembravano essere sul punto di avere la meglio, sul finale avevano un epilogo di successo e, soprattutto, di grande amore.
In altre occasioni, erano quadretti di famiglie serene dedite alla cucina, a fare gite, a giocare con figli sorridenti e ben disposti agli insegnamenti dei genitori.
Nel mio cuore di preadolescente è così che immaginavo la mia vita adulta.
Come, credo, abbiamo fatto quasi tutte.
Devo dire che ci ho anche provato nella realtà a ricostruire quella che credevo fosse l’unico scenario per essere ‘ felice’ e soddisfatta di me.
Poi è andato tutto diversamente.
Per molto tempo, l’ho vissuto come un’incredibile ingiustizia.
Ci sono voluti lavoro, umiltà, confronto con persone di valore e di ispirazione, accettazione di me, per imparare che ogni cosa che non è andata secondo i piani mi ha insegnato qualcosa di fondamentale, mi ha permesso di conoscere aspetti di me che non avrei nemmeno sfiorato. E di valorizzarli.
Anche la scelta di essere un coach arriva da questo.
Mettere a disposizione di qualcun altro quello che ho sulla pelle. Perché ne possa beneficiare in meno tempo e con meno dolore di quanto ho fatto io.
Poche sere fa ho salutato, a fine di percorso comune, un gruppo di persone speciali, ripercorrendo la mia storia.
Ascoltandomi, guardando i loro occhi, ho rivisto passi fatti, notti in bianco, dubbi da esplorare, volontà, partenze e arresti.
E la scoperta delle piccole cose.
Ieri sera, come spesso capita nella vita di una donna che lavora tanto, senza orari, e che ha una vita piena, sono entrata al supermercato all’alba delle dieci di sera.
Pochi i presenti che si aggiravano tra le corsie.
In cassa, come faccio sempre, sorrido e scambio due parole con la ragazza che mi fa il conto.
Lei mi sorride a sua volta e mi di dice che è bello trovare qualcuno con cui farlo a quell’ora. Dopo una giornata faticosa.
Mi si riempie il cuore.
Sono stanca anch’io. E non solo nel corpo.
Ma questo mi ricorda cosa intendo per scegliere sempre la bellezza. Sorrido. Lo faccio nei momenti di gioia e anche quando sento il buio cercare di avvolgermi.
E non perche voglia fare ‘ bella figura’.
Sorrido perché farlo mi ha salvata tante volte dalla meschinità, dalla miserevolezza. Dall’arrendermi. Dal pensare di non avere alternative.
A volte, tante a dire il vero, è stato un valore anche per chi ne è stato destinatario.
Ho salutato la giovane cassiera e sono uscita con le mie due borse di spesa e le chiavi della macchina in mano. Quasi un po’ saltellando. Ho accesso la radio e ho cantato.
Non ho risolto alcuni problemi che sto affrontando. E, tantomeno, i suoi.
C’è un passo importante che molte donne compiono con disinvoltura e altre non si decideranno mai a fare: smettere di tingersi i capelli. Io non l’ho ancora fatto perché non possiedo un bianco uniforme, piuttosto ho un’alternanza tra zone bianche e zone nere da farmi assomigliare a una “mucca pezzata”. Quindi dovrei ugualmente avvalermi di tinte o riflessanti per perdere quell’aria di trasandatezza che hanno i capelli quando appaiono così. Tuttavia è un passo che non mi spaventa, anzi mi attrae e sicuramente se continuerò ancora per qualche tempo a tingermi i capelli non sarà sicuramente per nascondere l’età. Gli anni che abbiamo non sono dei nemici, ma trattandoli con il rispetto che meritano diventano alleati. Una donna che si comporta di fronte alla sua età con disinvoltura e naturalezza, ha la grandissima soddisfazione di essere considerata interessante e affascinante al di là dell’estetica. A farla distinguere sarà la sua capacità di accettarsi per chi è e la dignità di saper affrontare ogni ciclo della vita con la modalità adeguata. É la capacità di non farsi condizionare che regala fascino, sono i condizionamenti a negarlo.
“ Mia madre “faceva la vita”, non sapeva chi fosse mio padre perché sono stata un inciampo sul lavoro, nonostante tutto causa una malattia, ha preferito non abortire e farmi nascere, senza neppure immaginarsi quanto sarebbe stata dura per lei avere una figlia. Così a due anni mi ha messa in un istituto condotto da suore, definirlo spartano mi sembra riduttivo,le più fortunate avevano le scarpe , quando quelle con cui sono arrivata mi sono diventate piccole,ai piedi mi hanno messo delle grandi pantofole di feltro,di qualche suora, legate con dello spago. Il cibo era immangiabile, ma soprattutto ,eravamo al nord, si gelava al punto che la notte mi infilavo sotto al materasso. Mia madre non pagava nessuna retta o contributo, così per guadagnarmi pane e istruzione io e altre due nella mia identica situazione, avevo sei anni e non ci arrivavo,stavamo in piedi su degli sgabelli,lavavamo piatti e pentole, oppure a ginocchioni pulivamo tutti i pavimenti.La mamma venne i primi tempi, poi non la vidi più per anni, mi abituai anche a questo, solo alle parole su di lei delle suore non riuscivo a non fare caso, mi trafiggevano come spade e in cuor mio la difendevo sebbene mi avesse abbandonata. Avevo dieci anni quando un giorno la Madre Superiora mi chiamò,lei era severa ma non cattiva,per dirmi di preparare le mie cose. Le mie cose? Non avevo niente, forse due grembiuli strappati , un paio di calzerotti e due di mutande… ma quando mi presentai con il mio misero fagotto in cortile c’erano la mamma, un signore e una bambina che avrà avuto circa due anni che mi attendevano. Una storia banale, ma accaduta veramente,un “cliente” si era innamorato della mamma, l’aveva tolta dalla strada, sposata ed era nata una bambina, ma lei non si era sentita di negarmi la possibilità di una famiglia , coraggiosamente, aveva confessato al marito di avere un’altra figlia in istituto. Nessuno sgomento o recriminazione da parte di colui che diventò il mio babbo, mi vennero a prendere e per tutta la vita, lui è stato mio padre e io sua figlia. Sono stata una ragazzina irrequieta, ho dato solo problemi a chi mi ha accolta come una figlia, entravo nei negozi e rubavo, ero considerata una facile,perché andavo con un sacco di ragazzi e dopo anni di litigi, decisi di andarmene di casa per fare quello che volevo, dicendo a mia madre cose orribili e al mio babbo che mi adorava, che tanto lui non era mio padre. Mi trasferii in una grande città del nord e siccome ero anche piuttosto bella, entrai subito nel giro delle feste, dei locali e di tutto quello che di sbagliato poteva esserci. Feci lo stesso lavoro di mio madre, ma in modo diverso, a chiamata non come lei in mezzo alla strada e se la forma era diversa, la sostanza era identica, ero una prostituta. Avevo bei vestiti, vivevo in una casa decente, i miei clienti non erano i camionisti che si fermavano da mia madre, ma industriali e professionisti, però ebbi anche io il mio inciampo sul lavoro , anche io rimasi incinta. Non chiedetemi perché feci nascere quella bambina, oggi ringrazio il cielo di averlo fatto,ma siccome avevo deciso di rinunciare a lei e di darla in affidamento, la partorii e la vidi solo per un attimo, poi la portarono via. Io lo strappo l’ho sentito, ma mi sono detta ce la farà come ce l’ho fatta io, si sopravvive a tutto, meglio con una buona famiglia che con me. Seguirono anni di grande sbando,bevevo,ero diventata la donna di uno che aveva traffici molto loschi, passavamo tutta la notte nei locali, oppure lui mi”prestava”a qualcuno a cui doveva dei favori e io non potevo certamente rifiutare, fin quando una mattina suonarono alla porta e ci arrestarono tutti e due, in realtà io non ero né colpevole né implicata, ma ci vollero tempo, avvocati e denaro per riuscire a dimostrarlo e uscire di prigione. Chi pensò a tutto furono il babbo e la mamma,che non si arresero, che lottarono con me e per me e fu lì che capii che se fossi riuscita a cavarmela, la mia vita doveva cambiare. Avevo quarant’anni, mia figlia doveva averne dodici, ma non sapevo dove era né con chi, con il babbo facemmo tante ricerche, ma la legge era chiara in merito, davanti a noi c’era solo il foglio con la mia firma alla rinuncia della bambina. Fu in quegli anni che conobbi mio marito, un uomo molto buono, molto stimato e benestante, ma anche molto malato, colpito da un rarissimo morbo che gli impediva la mobilità delle ossa e delle giunture, certamente non un matrimonio che feci per amore o per passione, ma anche se sono stata una donna da poco, il sentimento che ho avuto per lui è sempre stato di profondo affetto, totale sincerità e grande rispetto. Con lui ho vissuto per trenta anni, mi ha introdotto nell’alta società come se io fossi una regina, senza vergogna, ma con molta sicurezza e serenità, mi ha ricostruita come donna, mi ha aiutata nel difficile recupero della mia dignità, mentre io l’ho accudito, aiutato e supportato senza risparmiarmi nei momenti di crisi della malattia. Ho avuto tutto da lui, case, vacanze ,gioielli , rispettabilità, amore e la certezza che capisse sempre tutto senza che io parlassi. Avevo tutto, ma non mia figlia, era diventato un chiodo fisso, guardavo le donne che potevano avere la sua età e cercavo d’immaginarmi lei, a volte mi fissavo su una persona e dicevo è lei, è lei, me lo sento, non assomiglia ai genitori, è stata adottata. Fu quando andammo a trascorrere una settimana in una località termale che avvenne tutto. Ora mi fermo, perché certe cose avvengono nei film, ma forse proprio perché la mia vita è stata un film a me questo è accaduto veramente. Un pomeriggio mio marito mi propose di prendere un caffè in una saletta appartata dell’hotel, mi condusse lì e poi si allontanò con la sua andatura traballante con una scusa, al suo posto torno una donna molto carina, poteva avere trentacinque anni, minuta e con gli occhi verdi, anche io ho gli occhi verdi . Mi guardò e mi disse solo “buonasera, io sono sua figlia, se crede possiamo darci del tu e magari anche abbracciarci “…
Per anni mio marito tramite avvocati, investigatori e pagando mezzo mondo l’ha cercata e alla fine l’ha trovata. Mia figlia che sapeva di essere stata adottata , già sposata e con due figli, era felicissima di conoscermi, non mi odiava, non era arrabbiata con me, ma mi ringraziava di avermi affidata a una brava e buona famiglia per darle un’infanzia e una vita serena. Seguirono baci, lacrime e anche un mio lieve malore, un’emozione così forte credo l’abbiano provata in pochi. Ora sono vedova da due anni, mia figlia, i suoi genitori e la sua famiglia, sono diventati la mia famiglia, sono stata accolta da tutti senza giudizi e gelosie, lei chiama mamma la sua madre adottiva e me per nome e io credo sia giusto così. L’altra sera, mentre dopo cena, mi aiutava in cucina mi ha detto”mamma, passami quei piatti”e a me sono caduti tutti. Quel “mamma”è stato troppo anche per una come me che ne ha viste di tutti i colori “ Mi spiace se il racconto è stato lungo, ma una vita così non si può riassumere in poche righe
Premetto che non mi piace Halloween e ne concepisco i festeggiamenti se hai una età compresa fra i 6 e i 14 anni . Non mi appartiene come storia né come tradizione ed essendo cattolica praticante non condivido la simbologia di cui è fatta la festa, inoltre devo aggiungere che quelli della mia generazione, non sono mai andati vestiti da fantasmi di casa in casa a chiedere dolcetti, non ce lo avrebbero neppure permesso, non abbiamo comprato ragnatele finte, teschi e zucche, non abbiamo mangiato biscotti alla zucca e per le vacanze di Ognissanti che precedevano la più triste del 2 novembre, il dolce era il Pan dei Morti. Per ristoranti e negozi credo che cavalcare l’onda, se questo fa bene al commercio soprattutto in tempi come questi , sia un modo come un altro per promuovere l’attività ma, per quanto mi riguarda, mi piacerebbe molto di più che ci fosse una data per festeggiare qualcosa che ci appartiene di più ad esempio una cosa banale ed inutile come il Rinascimento….lì poche zucche, solo arte.
Credo come tutti, nella vita ho avuto varie fasi legate alla tavola.Sono stata una bambina inappetente.Nelle notti di particolare agitazione, tra i miei incubi c’è ancora la maestra Cristina dell’asilo che mi intima di stare seduta sulla seggiolina davanti a lei, mentre, severa, cerca di imboccarmi , a viva forza, di penne scotte al sugo ( passati 40 anni non sopporto tutt’ora le penne lisce). Oggi sarebbe un episodio non tollerato e l’asilo, oggi scuola materna, sarebbe oggetto di una verifica circa il sistema educativo. Ma erano gli anni ‘ 70. Ed io odiavo essere obbligata a mangiare. Così è stato fino alla mia adolescenza, quando, presa coscienza di non essere più quella bambina introversa e con lo sguardo fisso a terra con cui nessuno voleva giocare, mi sono trovata ad essere una ragazza dall’aspetto piacente e dagli occhi vispi e accesi di curiosità verso il mondo che bramavo di conoscere. I sapori, la voglia di sperimentare è arrivata al mio stomaco, il nostro secondo cervello. Ero vorace di tutto, un po’ paffuta, ma potevo dare la colpa agli ormoni che facevamo capolino nel mio corpo in evoluzione. Così, il rapporto con il nutrirmi ha accompagnato le fasi della mia vita. Seguendo le fasi di felicità e quelle di maggior sofferenza. In alcuni momenti ho ritenuto di farmi aiutare a guardare questo rapporto per non diventarne parte passiva. Di fatto, il cibo è energia. Lo possiamo vedere concretamente ogni giorno. Così come è importante l’energia che portiamo a noi nelle attività che svolgiamo, nelle frequentazioni, nella qualita’ dei nostri pensieri, altrettanto importante è l’energia che introduciamo attraverso il cibo. Avete fatto caso come cambia l’appetito, la digestione, e la piacevolezza, in base alle persone con cui stiamo dividendo un pasto?
A tavola con altri scambiamo energie, in modo primordiale.
Ricordo un uomo con cui avevo una relazione che, immancabilmente e senza chiedermene il permesso, ‘ pescava’ dal mio piatto. Io mi innervosivo tantissimo e non ne capivo il perché. Cercavo di convincermi che fosse un atto di confidenza e complicità. No, semplicemente ‘ sottraeva’, senza grazia, le mie energie. La relazione finl’ ed io cominciai ad osservare il comportamento di un uomo seduto a tavola con me con grande attenzione.
Si, il cibo è un grande contributo alla qualità e al livello della nostra energia. È importante osservare, senza giudizio, il rapporto che intratteniamo con il nutrirci. E non è un fatto di peso. Energia. Cura. Selezione di cosa è buono per noi.
Ho cenato in un posto molto carino a Milano ieri.
Il dolce era una torta al cioccolato pazzesca.
Croccante al primo morso, un’esplosione di scioglievolezza all’interno. Pasta salata in superficie, il cioccolato dolce, ma non stucchevole, in seconda battuta ( lo so che vi si sono attivate le papille gustative…)
Istintivamente ho pensato che quell ‘ equilbrio perfetto è lo stesso che mi fa dire che una relazione mi fa stare bene
Ho chiesto che nome avesse quella squisitezza.
‘ Torta al cioccolato ‘ è stata la risposta.Semplicemente torta al cioccolato. Così come semplici solo le cose quando siamo a nostro agio.
‘ Non c’è tempo’, ‘ C’è un tempo per tutto…’, ‘ Quando avrò tempo’…
Personalmente ho cominciato a farci i conti pochi anni fa, accorgendomi che la mia vita cominciava a contenere una quantità di ‘epoche’ diverse tra loro ed un’intensita’ compatibili con un ‘tempo’ di esistenza via via più importante.
Una delle lezioni più vere, concrete che ho imparato è che il tempo è una delle risorse limitate che abbiamo. L’altra è la nostra energia, a mio avviso.
A volte questa consapevolezza mi spaventa, suona come un countdown.
Altre mi è di sprone. Se è una quantità limitata non posso sprecarlo. Devo usarlo spendendolo con avvedutezza.
E, allora, mentre scrivo questo pezzo da condividere con voi tornando da Rimini dove ero, fino a poche ore fa, per un weekend di formazione ( perché credo che il tempo per imparare sia sempre un tempo prezioso, qualunque sia la materia, qualunque sia la nostra età) sento che…
C’è un tempo per correre, per costruire, per usare forza e determinazione. Si tratti di una carriera. Di una famiglia. Din una casa. Di un progetto. Della persona che vogliamo essere.
C’è un tempo per fermarsi, per aspettare o aspettarci. Sapendo che il tempo di sosta non è un tempo di ‘ vuoto’. Banalmente, mentre noi siamo ‘fermi’ a leggere un libro le nostre cellule si rinnovano, il cuore pompa sangue. Il respiro ci tiene in vita. Le sinapsi generano nuovi pensieri . I capelli crescono. I ricordi trovano un loro spazio e si radicano. Le ferite cicatrizzano. Siano esse fisiche o emotive.
Quindi di tutto si tratta, ma non di un tempo non generativo.
C’è un tempo per restare. Ed uno per andare via. E siamo solo noi a conoscere e riconoscere, l’uno e l’altro.
C’è un tempo per dare spiegazioni ed uno dove il silenzio è l’unica risposta possibile.
C’è un tempo per essere felici. Quasi da poterla toccare questa felicità. Ed un tempo in cui comprendi che essere felici sempre non solo non è possibile. Ma non è neanche necessario.
C’è un tempo del dolore. Da accogliere e tenere al sicuro. Che, a negarlo, non può svolgere la sua funzione . E non può che restarci addosso come un mal di denti malamente curato, che a tratti sembra essere meno pungente. Ma che, se non lo riconosci e curi, si ripresenta, diventando sofferenza.
Credo, poi, ci sia un tempo, personalissimo, in cui, semplicemente, alzarsi e dirsi che, qualunque sia la nostra storia, abbiamo fatto del nostro meglio e possiamo andare oltre.
Con questa riflessione di valorizzazione delle nostre storie e di quello che ancora abbiamo da dare al nostro tempo, inizio la settimana. Pensando che ci riguardi davvero tutte e tutti.