RIFLESSIONI DI UNO CHEF

“E poi niente…ti ritrovi a considerare la tua vita, il tuo lavoro, le ore passate a studiare improbabili ricette, i servizi frenetici, caotici ed esaltanti, i flop rattoppati alla meglio (pochissimi per fortuna) e le tante soddisfazioni dei piatti “scarpettati”,i complimenti che fanno sempre piacere, anche per il piacere di condividerli col tuo staff, gli scontri coi “pinguini,ma anche i comuni successi. E lo stress. ..quello dello spezzato che ti spezza, quello dell’incessante ricerca del meglio, quello tanto difficile di tenere unito un team, col buonumore, con le battute che non devono mai mancare per stemperare le tensioni, a dispetto di una coordinazione e di un ordine che devi esser capace di imporre col solo tono della voce, anche in mezzo allo scherzo. E la stanchezza, che devi saper castigare nutrendoti solo con gli sguardi buttati ai piatti che rientrano vuoti e puliti…
Ed il caos delle giornate “pesanti” ,le imprecazioni, le “missioni impossibili” che quasi per magia diventano possibili, le urla per i piatti che da troppo tempo aspettano di andare al tavolo, i sonori vaffa per la tagliata “en bleu” che è sul banco da 20 secondi e si raffredda, e la voglia , sempre più ricorrente di mandare al diavolo tutti e tutto, compreso questo fottuto mestiere… E poi ci ragioni. E ti rendi conto che, alla fine, tu sei nato per quello, che è la tua vera grande passione, che è insito in ogni stilla del tuo sangue, che è l’imprimatur del tuo dna, e che senza non saresti mai piu lo stesso, che non sarebbe lo stesso “vivere” , che nostalgia e rimpianto sarebbero così intensi e cocenti da devastarti.E da questa certezza tiri fuori tutta la linfa che ti serve per continuare la tua stressante, inquieta, faticosa, bellissima ed entusiasmante vita da chef..”

Alfonso Abate

Mariangela e Alfonso …passione, ricerca e professionalità

Introduco la nostra nuova sezione “MARIANGELA E ALFONSO CHEF DEL BLOG”, presentandoveli, senza enfatizzare, onorata ed emozionata per la loro collaborazione. Mariangela,chef per passione, ha respirato aria di alta cucina dall’infanzia. É una “figlia d’arte”, la sua mamma cuoca e la sua nonna chef in prestigiosi hotel a cinque stelle, le hanno trasmesso oltre che importanti nozioni, la grande passione e la capacità di esprimersi in cucina con fantasiosa competenza, ingegno e molta attitudine. Regina dei risotti,ma di molto altro, collaborerà con Alfonso Abate in questa pagina del blog.

Alfonso Abate …qui dovrei dilungarmi veramente molto, perché sono troppe le cose che riguardano la sua lunga e prestigiosa carriera che si è formata attraverso successi e attestazioni importanti, mi limiterò a dire che è un Executive Chef che ha diretto contemporaneamente fino a cinque ristoranti.
Non vi parlero a lungo di lui, perché riporterò un suo scritto molto interessante sulla cucina e sul suo lavoro.

Mariangela e Alfonso, nord e sud, ci racconteranno i loro piatti,non saranno solo ricette, ma narrazioni per farci entrare in quel mondo magico che è la cucina. Ci sveleranno le loro preferenze e attraverso le loro ricette ci faranno sentire profumi e sapori che partiranno, da quelli nebbiosi e densi della pianura Padana per arrivare a quelli carichi di sole e mare del sud.

Allora porgo il mio benvenuto più sincero a Mariangela e ad Alfonso e invito tutti voi a seguirli …

QUESTIONE DI RUOLI

Vi siete mai trovate sedute ad un incontro, ad una cena dove conoscevate poche persone, ad un corso di formazione di qualunque argomento e avete vissuto il cosiddetto “giro di tavolo” in cui presentarvi?

E’un momento che ho vissuto molte volte, sia come partecipante che come formatrice, ed è sempre interessante sentire qual è il primo ruolo con cui le persone si identificano gli occhi di chi non le conosce.

Questo accade anche quando, magari guardandoci allo specchio, ci chiediamo: ‘Io chi sono?’ e capita, altrettanto spesso, che la prima cosa che ci viene da dire di noi sia: ‘ Sono la moglie di, la madre di, sono la collaboratrice di, la titolare di, la proprietaria di, sono la persona che lavorava presso, l’amica di’.

Come se il nostro ruolo esistesse in relazione a qualcosa o a qualcun altro.

Per tanto tempo ho dato questo tipo di risposta inconsapevolmente, i ruoli in cui mi riconoscevo.

Che sono mutati nel tempo, cosi come siamo mutate io e la mia vita.

Ma, se ci fermiamo a riflettere e a prendere consapevolezza, noi siamo davvero un mare di cose diverse. Ed è proprio questa la nostra ricchezza di esseri umani.

Allora la risposta, quando mi trovo davanti a delle persone nuove per la mia vita, è diventata: ‘Sono Milena’. 

Così come voi siete Francesca, Luisa, Giovanna, Cristina.

Ed è quello che dirò di me salutandovi martedì sera iniziando il nostro primo salotto virtuale.

Tendiamo a ridurci, a ‘restringerci’ in una delle mille funzioni che agiamo nella nostra vita, nelle nostre giornate, ma pensate a quanto c’è in ciascuna di noi.

Siamo i posti in cui siamo state, i libri che abbiamo letto, le persone che abbiamo aiutato e anche quelle che abbiamo semplicemente sfiorato. Siamo l’amore che abbiamo donato, con gioia o con grande sofferenza, siamo le notti in bianco trascorse, per l’emozione di qualcosa che stava arrivando a noi o per soffocare un dolore nel buio. Siamo i successi ottenuti con sacrificio, i periodi difficili affrontati con tenacia e paura.

Siamo quelle persone che sanno sorridere di fronte alla bellezza. Di fronte ad un caffè che ci scalda mani e cuore e di fronte alla primavera che torna, ancora una volta.

Conteniamo davvero tutta la vita che abbiamo il dono di attraversare.

Allora, vi saluto in questo articolo con questo spunto. 

Chi sono?  Ditevelo a voi stesse con tutto l’amore che meritate.

Milena

-foto da Pinterest-

Maggese

Treccani recita questa definizione: ‘ Pratica agricola consistente nel fare una serie di lavorazioni su un terreno povero tenuto a riposo allo scopo di prepararlo ad una successiva coltivazione di cereali’.

Lo concepiamo per il terreno, molto poco per noi.

Noi che siamo mogli, compagne, amanti, madri, nonne, sorelle, amiche, professioniste, casalinghe, autiste, cuoche, tuttofare. Donne, insomma.

Noi che spesso, direi quasi sempre, riteniamo il nostro riposo, ciò che facciamo per noi, per puro svago, una ‘perdita di tempo’, una ‘frivolezza’.

Credo sia molto culturale. Io per prima, classe 1974, sono cresciuta in un contesto familiare dove tutto quello che non era lavoro o studio era considerata una perdita di tempo, che non avrebbe portato alcun beneficio.  Tutt’altro. 

Parlo, per mestiere e per propensione personale all’essere umano, con moltissime donne ogni giorno.

Una delle caratteristiche comuni, indipendentemente dalla provenienza geografica, dall’età e dalla situazione personale, è il darsi senza tregua.

Il prendersi cura è parte del patrimonio genetico del femminile dall’inizio della storia del mondo.

Il doversi guadagnare rispetto e credibilità lavorando senza sosta è, invece, il risultato di una lotta per la parità ancora ben lungi dall’essere vinta e conclusa.

Alla fine di un anno particolarmente impegnativo, professionalmente e umanamente, qual è stato per me il 2024, mi sono chiesta se tutto questo mio ‘affacendarmi’ senza sosta avesse un suo beneficio. Per qualcun altro e, o, soprattutto, per me.

La risposta non solo è stata ‘no’. Ma si è anche aggiunto un ‘non è necessario’.

Cosi, prima da donna che da coach, vi faccio questa domanda dalle pagine virtuali di questo salotto: in cosa portate leggerezza nelle vostre vite? Quali sono le attività che fate per il puro gusto di farle? Quanto tempo dedicate al vostro riposo? Che rapporto avete con tutto quello che ritenete ‘non produttivo’?

Qualche giorno fa riflettevo sul fatto che, mentre me ne stavo sul divano, una domenica pomeriggio, a leggere un libro, il mio corpo era, in realtà, produttivo. Cuore e respiro continuavano a nutrire il mio corpo di ossigeno anche se io pensavo bellamente ad altro. Le mie cellule si stavano rinnovando. Soprattutto, il riposo mi avrebbe concesso la creatività e la lucidità di pensiero che abbiamo soltanto quando tutto il nostro sistema mente-corpo si è rigenerato.

Molte di voi, magari con qualche anno più di me, hanno passato una vita a lavorare e a costruire e far crescere una famiglia. E non sempre con il bel tempo. La vita di ognuno di noi è costellata inevitabilmente di prove, non sempre e non per forza giuste.

Riposare, divertirsi, dedicarsi a ciò che ci fa battere il cuore non è solo necessario. È generativo.

Nell’ultimo mese ho ballato, passeggiato, letto, dormito, accarezzato il mio gatto, guardato film sotto la coperta.

Ho iniziato a farlo come fosse un ‘appuntamento’ quasi imposto. Non ero abituata.

Poi ho cominciato a vederne i risultati. Me ne sono accorta svegliandomi dopo una notte di sonno pieno dopo mesi in cui mi ero costretta ad alzarmi all’alba per ‘fare’.  Me ne sono accorta dall’entusiasmo che spendo mentre lavoro, nella pazienza, non sopportazione passiva, nelle situazioni tese che, inevitabilmente, fanno parte del quotidiano.

Me ne sono accorta guardando i miei occhi sorridere e, soprattutto, sentendomi presente nelle cose che faccio.

Certo, la vita, a volte, ci chiede tanto. Ed è proprio per questo che non dobbiamo dimenticarci della persona più importante. 

Noi.

-foto da Pinterest-

DICEMBRE

Dicembre. Un mese di festa, preparativi e addobbi.

Panettoni e tradizioni. 

Un mese in cui ogni strappo di calendario porta a quei giorni, quelli in  cui si rivedono,magari dopo tempo, i propri cari, dove il tempo diventa lento,  ma denso di parole, ricordi, usanze tramandate.E’ tempo di tovaglie ricamate, di decori rossi, di statuine che animavano il Presepe delle nostre famiglie in altre epoche, quando vivevano le storie che, in alcuni casi,conosciamo solo dai racconti tramandati. Ma accanto a queste immagini, ce ne è anche un’altra. Meno esposta. Per pudore. Per generosità.  Che ha il volto drlla solitudine. Perché siamo chiamati, talvolta, ad essere presenza in luoghi dell’anima che non sono i nostri, come, per esempio, in una relazione emozionalmente finita. O legata ad un tempo ‘appeso’,  a cose, situazioni e persone che non sono più con noi. Solitudine,  di colori, intensità,  diversi. Per scelta propria, di altri o del destino. E allora si aspetta questo giorno tra l’attesa di pace e quel pizzico di paura.Perché non provare, allora, a disegnare un nuovo ‘ abito’ per questo giorno? Che non sia l’ ‘avanzo’ dell’armadio, un ripiego fuori taglia.Perché non dedicarsi quella giornata per un’attività che celebri l’atto del nascere o ri-nascere? Che ci riguarda tutti, ciascuno sulla propria strada. E può essere un the ed un buon film in un cinema del centro, una giornata alle terme, ore di volontariato dove sicuramente qualcuno valorizzi il nostro tempo ( questa è un’esperienza che ho fatto personalmente).O ancora,  per tornare a vestire il Natale di bellezza,  attesa serena, condivisione, accoglienza autentica, perché non aprire casa, grande o piccola che sia, e addobbare la tavola per le persone della nostra  vita che lo trascorrerebbero in solitudine a loro volta?La condivisione di qualcosa di speciale da mangiare. Del buon vino . Racconti.  Confidenze. Aneddoti. Storie di vita. Sogni da realizzare.  Camminiamo in questo mese di dicembre con occhi e cuore aperti. Per raccogliere bellezza e idee, per vestire quella giornata. Per accogliere noi stessi ed i nostri ospiti e facendoli, e facendoci, sentire unici, speciali. Un modo nuovo, vivo, per ‘ esserci ‘.

IL POTERE DI UN SORRISO

Quando ero bambina amavo moltissimo giocare con  Barbie.

Avevo una miriade di abitini, tanti cuciti su misura di quei corpicini da mia nonna, contenuti in un vecchio contenitore del Dixan in polvere.

 Avevo la casa con l’ascensore, l’auto e persino il salone del parrucchiere. 

Sono stata una bimba fortunata, ed ora me ne rendo conto.

Senza averne coscienza, giocando per ore nei lunghi pomeriggi invernali dopo la scuola, ho scritto silenziosamente centinaia di storie.

Puntualmente, erano storie a lieto fine.

Con momenti di difficoltà, che, talvolta, sembravano essere sul punto di avere la meglio, sul finale avevano un epilogo di successo e, soprattutto, di grande amore.

In altre occasioni, erano quadretti di famiglie serene dedite alla cucina, a fare gite, a giocare con figli sorridenti e ben disposti agli insegnamenti dei genitori.

Nel mio cuore di preadolescente è così che immaginavo la mia vita adulta.

Come, credo, abbiamo fatto quasi tutte.

Devo dire che ci ho anche provato nella realtà a ricostruire quella che credevo fosse l’unico scenario per essere ‘ felice’ e soddisfatta di me.

Poi è andato tutto diversamente. 

Per molto tempo, l’ho vissuto come un’incredibile ingiustizia. 

Ci sono voluti lavoro, umiltà, confronto con persone di valore e di ispirazione, accettazione di me, per imparare che ogni cosa che non è andata secondo i piani mi ha insegnato qualcosa di fondamentale, mi ha permesso di conoscere aspetti di me che non avrei nemmeno sfiorato. E di valorizzarli.

Anche la scelta di essere un coach arriva da questo. 

Mettere a disposizione di qualcun altro quello che ho sulla pelle. Perché ne possa beneficiare in meno tempo e con meno dolore di quanto ho fatto io.

Poche sere fa ho salutato, a fine di percorso comune, un gruppo di persone speciali, ripercorrendo la mia storia.

Ascoltandomi, guardando i loro occhi, ho rivisto passi fatti, notti in bianco, dubbi da esplorare, volontà,  partenze e arresti.

E la scoperta delle piccole cose.

Ieri sera, come spesso capita nella vita di una donna che lavora tanto, senza orari,  e che ha una vita piena, sono entrata al supermercato all’alba delle dieci di sera.

Pochi i presenti che si aggiravano tra le corsie. 

In cassa, come faccio sempre, sorrido e scambio due parole con la ragazza che mi fa il conto.

Lei mi sorride a sua volta e mi di dice che è bello trovare qualcuno con cui farlo a quell’ora. Dopo una giornata faticosa.

Mi si riempie il cuore. 

Sono stanca anch’io.  E non solo nel corpo. 

Ma questo mi ricorda cosa intendo per scegliere sempre la bellezza. Sorrido. Lo faccio nei momenti di gioia e anche  quando sento il buio cercare di avvolgermi.

E non perche voglia fare ‘ bella figura’.

Sorrido perché farlo mi ha salvata tante volte dalla meschinità,  dalla miserevolezza. Dall’arrendermi. Dal pensare di non avere alternative.

A volte, tante a dire il vero, è stato un valore  anche per chi ne è stato destinatario.

Ho salutato la giovane cassiera e sono uscita con le mie due borse di spesa e le chiavi della macchina in mano. Quasi un po’ saltellando. Ho accesso la radio e ho cantato. 

Non ho risolto alcuni problemi che sto affrontando. E, tantomeno, i suoi.

Ma entrambe abbiamo avuto un momento migliore.

Il potere delle piccole cose.

Nutrendosi di buone energie

Credo come tutti,  nella  vita ho avuto varie fasi legate alla tavola.Sono stata una bambina inappetente.Nelle notti di particolare agitazione, tra i miei incubi c’è ancora la maestra Cristina dell’asilo che mi intima di stare seduta sulla seggiolina davanti a lei, mentre, severa, cerca di imboccarmi , a viva forza, di penne scotte al sugo ( passati 40 anni  non sopporto tutt’ora le penne lisce). Oggi sarebbe un episodio non tollerato e l’asilo, oggi scuola materna,  sarebbe oggetto di una verifica circa il sistema educativo.  Ma erano gli anni ‘ 70. Ed io odiavo essere obbligata a mangiare. Così è stato fino alla mia adolescenza, quando, presa coscienza di non essere più quella bambina introversa e con lo sguardo fisso a terra con cui nessuno voleva giocare, mi sono trovata ad essere una ragazza dall’aspetto piacente e dagli occhi vispi e accesi di curiosità verso il mondo che bramavo di conoscere. I sapori,  la voglia di sperimentare è arrivata al mio stomaco, il nostro secondo cervello. Ero vorace di tutto, un po’ paffuta, ma potevo dare la colpa agli ormoni che facevamo capolino nel mio corpo in evoluzione.  Così, il rapporto con il nutrirmi ha accompagnato le fasi della mia vita. Seguendo le fasi di felicità e quelle di maggior sofferenza. In alcuni momenti ho ritenuto di farmi aiutare a guardare questo rapporto per non diventarne parte passiva. Di fatto, il cibo è energia.  Lo possiamo vedere concretamente ogni giorno. Così come è importante l’energia che portiamo a noi nelle attività che svolgiamo,  nelle frequentazioni, nella qualita’ dei nostri pensieri,  altrettanto importante è l’energia che introduciamo attraverso il cibo.  Avete fatto caso come cambia l’appetito,  la digestione, e la piacevolezza,  in base alle persone con cui stiamo dividendo un pasto?

A tavola con altri scambiamo energie, in modo primordiale.

Ricordo un uomo con cui avevo una relazione che, immancabilmente e senza chiedermene il permesso, ‘ pescava’ dal mio piatto. Io mi innervosivo tantissimo e non ne capivo il perché.  Cercavo di convincermi che fosse un atto di confidenza e complicità.  No, semplicemente ‘ sottraeva’, senza grazia, le mie energie. La relazione finl’ ed io cominciai ad osservare il comportamento di un uomo seduto a tavola con me con grande attenzione. 

Si, il cibo è un grande contributo alla qualità e al livello della nostra energia. È importante osservare, senza giudizio, il rapporto che intratteniamo con il nutrirci.  E non è un fatto di peso. Energia.  Cura. Selezione di cosa è buono per noi.

Ho cenato in un posto molto carino a Milano ieri.  

Il dolce era una torta al cioccolato pazzesca.

Croccante al primo morso, un’esplosione di scioglievolezza all’interno. Pasta salata in superficie, il cioccolato dolce,  ma non stucchevole, in seconda battuta ( lo so che vi si sono attivate le papille gustative…)

Istintivamente ho pensato che quell ‘ equilbrio perfetto è lo stesso che mi fa dire che una relazione mi fa stare bene

Ho chiesto che nome avesse quella squisitezza. 

‘ Torta al cioccolato ‘ è stata la risposta.Semplicemente torta al cioccolato.  Così come semplici solo le cose quando siamo a nostro agio.

Foto da Pinterest

Il tempo

Questa parola che usiamo così spesso.

‘ Non c’è tempo’, ‘ C’è un tempo per tutto…’, ‘ Quando avrò tempo’…

Personalmente ho cominciato a farci i conti pochi anni fa, accorgendomi che la mia vita cominciava a contenere una quantità di ‘epoche’ diverse tra loro ed un’intensita’ compatibili con un ‘tempo’ di esistenza via via più importante. 

Una delle lezioni più vere,  concrete che ho imparato è che il tempo è una delle risorse limitate che abbiamo.  L’altra è la nostra energia,  a mio avviso. 

A volte questa consapevolezza mi spaventa,  suona come un countdown.

Altre mi è di sprone. Se è una quantità limitata non posso sprecarlo. Devo usarlo spendendolo con avvedutezza.

E, allora, mentre scrivo questo pezzo da condividere con voi tornando da Rimini dove ero, fino a poche ore fa, per un weekend di formazione ( perché credo che il tempo per imparare sia sempre un tempo prezioso, qualunque sia la materia,  qualunque sia la nostra età) sento che…

C’è un tempo per correre, per costruire, per usare forza e determinazione.  Si tratti di una carriera. Di una famiglia. Din una casa. Di un progetto. Della persona che vogliamo essere.

C’è un tempo per fermarsi, per aspettare o aspettarci.  Sapendo che il tempo di sosta non è un tempo di ‘ vuoto’. Banalmente,  mentre noi siamo ‘fermi’ a leggere un libro le nostre cellule si rinnovano,  il cuore pompa sangue. Il respiro ci tiene in vita. Le sinapsi generano nuovi pensieri . I capelli crescono.  I ricordi trovano un loro spazio e si radicano. Le ferite cicatrizzano. Siano esse fisiche o emotive. 

Quindi di tutto si tratta, ma non di un tempo non generativo.

C’è un tempo per restare. Ed uno per andare via. E siamo solo noi a conoscere e riconoscere, l’uno e l’altro.  

C’è un tempo per dare spiegazioni ed uno dove il silenzio è l’unica risposta possibile.

C’è un tempo per essere felici. Quasi da poterla toccare questa felicità. Ed un tempo  in cui comprendi che essere felici sempre non solo non è possibile. Ma non è neanche necessario. 

C’è un tempo del dolore.  Da accogliere e tenere al sicuro. Che, a negarlo, non può svolgere la sua funzione . E non può che restarci addosso come un mal di denti malamente curato, che a tratti sembra essere meno pungente. Ma che, se non lo riconosci e curi, si ripresenta, diventando sofferenza. 

Credo, poi, ci sia un tempo, personalissimo, in cui, semplicemente, alzarsi e dirsi che, qualunque sia la nostra storia, abbiamo fatto del nostro meglio e possiamo andare oltre.

Con questa riflessione di valorizzazione delle nostre storie e di quello che ancora abbiamo da dare al nostro tempo, inizio la settimana. Pensando che ci riguardi davvero tutte e tutti. 

Buon lunedì!

RICOMINCIARE

La parola che mi riempie cuore e pensieri in questo momento dell’anno, e che mi piace  per farvi sentire il tepore dell’accoglienza in questo nuovo appuntamento,  è ‘ ricominciare”.

Tutti noi abbiamo ricominciato  almeno una volta nella vita. Più spesso, molte più di una.

Lo abbiamo fatto per scelta. O per necessità.  Per motivi oggettivi imprescindibilmente concreti o per seguire noi stesse.

Di certo, se il termine ci induce a pensare anche ad un senso di entusiasmo nell’atto di imbastire da capo la nostra vita, porta con sé anche tanta fatica. RIchiede coraggio, dispendio di energia, anche quando ci sembra che sia inesorabilmente terminata.

Personalmente, la mia vita è stata fatta di tanti tanti anni di staticità, tanto da rendere rigidi i miei processi di pensiero e binarie le mie scelte, per arrivare ad un decennio dove il verbo “ricominciare” è stato il fils rouge che ha legato giorni ed anni.

Ho ricominciato professionalmente. Assumendo ruoli nuovi. Riprendendo a frequentare aule e a studiare libri per cominciare da capo la Milena che voglio essere.

Un mare di fatica farlo mentre le mie giornate erano strattonate tra l’essere una madre single, una buona professionista capace di essere agli occhi di tutti preparata ed affidabile. Tra la preoccupazione del ‘ non essere adeguata’,  il combattere il giudizio esterno,  ed interno, del ” non ce la farai”, ” dove vuoi andare?”

Intanto, il ricominciare una vita senza un uomo accanto. E non si tratta, chiaramente, di fare a meno della collaborazione pratica nella vita di tutti i giorni ( per quanto la vita da single sia effettivamente impegnativa), ma del dover chiudere una relazione con il cuore pesante, sofferente e ammaccato, per continuare la strada verso di sé.  Con dignità e amore.  Ma anche nella libertà di non essere prigioniere di una relazione che toglie anziché dare.

Ho ricominciato a prendermi cura di me. Del come mangio, di che cosa mi nutro . Siano cibo o pensieri.  Ho iniziato a farlo come fosse un lavoro, per poi accorgermi che apparecchiare per me è diventata una coccola.

Ho perso per la strada amicizie. Perché avevano  esaurito il loro cammino comune. Perché non lo erano neanche prima, ma in alcuni momenti ritenerle tali era o un abbaglio o un punto di appoggio reciproco.

E allora ho ricominciato a guardare con occhi nuovi le persone che ho accanto e quelle che entrano nella mia vita.

Credo che il ‘ ricominciare ‘ ci accomuni tutti. Raccontarvi di me vuole solo essere lo spunto per guardare ai vostri nuovo inizi, quando era l’unica possibilità o quando lo avete fortemente voluto.

Mi piace pensare che cercherete nelle vostre storie questi momenti mentre bevete un caffè,  o vi guardate allo specchio prima di uscire, mentre  camminate di buon passo verso una giornata impegnativa o con pigra lentezza in una giornata di autunno qualunque. A volte sorridendo al ricordo,  altre con una lacrima che annega lo sguardo.Se avrete voglia di condividere, sarà interessante e di ispirazione leggere dei vostri ‘ ricominciare’.Un modo per chiacchierare in questo salotto. Con sana leggerezza, sempre improntata di valore e profondità. 
Un abbraccio a tutti voi

La vostra coach, Milena

Con Milena puoi …

In questa parte del blog ho il piacere di collaborare con la Dott.ssa Milena Privileggio, che tratterà in anteprima argomenti di cui, in futuro, discuteremo con voi in video conferenze e in presenza. Questa è una partenza , ma il nostro progetto vede e sogna in grande. Intanto vi presento questa donna speciale che mi ha “conquistata”

Milena Privileggio, 50 anni a novembre, è una di quelle persone che hanno iniziato a lavorare giovane,  all’attivo 25 anni di carriera in un istituto di credito in cui ha ricoperto ruoli diversi, attualmente si occupa di coaching e marketing. Dieci anni fa ha ripreso a studiare , in un momento in cui aveva  bisogno di prendere consapevolezza di chi voleva essere oltre a ciò che già era e da  allora non ha mai smesso di formarsi, diventando una life coach certificata e continuando ad implementare il suo percorso umano e professionale.
È stata moglie, è madre di un ragazzo di diciannove anni che ha cresciuto con amore e ha aperto un’ attività imprenditoriale, che si chiama Quiedora che si occupa di coaching e counseling.
Milena  mi ha conosciuto atterrando solo casualmente, sulla mia pagina Una Milanese Chic, quando era ai suoi esordi, da allora, e nel tempo,  è nata un’amicizia fatta di rispetto,  stima reciproca ed affetto autentico. Condividiamo un principio fondamentale: “Tutto è possibile se davvero vuoi cambiare le cose”.