Dall’anno in cui suo padre si era ammalato e poi era morto il 24 di agosto, quella era la prima volta che restava a ferragosto a Milano. Era stata una scelta fatta un po’ per rompere con il passato, ma anche per mettersi alla prova, per guardare la realtà dritta negli occhi, nel silenzio della casa vuota, senza il passaggio di figli e nipoti, nell’eco rimandato dai ricordi di tanti momenti di vita famigliare,nel camminare per strade da sempre “loro”e che oggi vedeva deserte, quasi sconosciute. Parcheggiò nel cortile dell’azienda, era vuoto, entrò accese le luci e aprì la porta del suo ufficio, adiacente a quello più grande che occupava suo marito, il “capo”, il “padrone”. Era un’azienda che avevano creato lei e Roberto trentacinque anni prima, per consiglio di suo padre che di mobili se ne intendeva, con un piccolo mobilificio in Brianza aveva creato benessere per tutta la famiglia. “ La gente vuole i divani moderni, in stile non li chiedono più, fate un prodotto che abbia un costo giusto e si adatti a tutte le case, non il salotto completo come usava una volta, le case sono diventate piccole.” Così avevano fatto ed era andata bene, i soldi per iniziare li aveva messi fuori suo padre ”è l’eredità di Lia, preferisco li abbia adesso che vi servono”, anche la casa le aveva comprato, grande e bella, perché la famiglia doveva aumentare, il suo desiderio ora che aveva ceduto il piccolo mobilificio era di fare il nonno. Per comprare un appartamento di pari valore a tutti tre i figli aveva venduto il terreno a Vimercate e il negozio di Melzo, per lui e la moglie era importante averli condotti fin lì negli agi e nelle comodità, buone scuole, lunghe vacanze, una bella casa. Li aveva fatti studiare, su quello non c’erano stati santi a convincerlo, li aveva voluti laureati tutti e tre, Anna in lingue, Lia in economia e commercio e quel disastro di Luca in giurisprudenza e chi l’avrebbe detto dopo quegli anni di agonia per fargli prendere una laurea, che sarebbe diventato un avvocato bravo e stimato. Lei glielo diceva sempre”Luca, se ti vedesse papà …come sarebbe contento…”
“Lia, ma papà lo sapeva, altrimenti non avrebbe insistito tanto e nemmeno avrebbe avuto tanta pazienza. Lui aveva capito che questa era la mia strada” e Luca aveva ragione, come spesso capitava quando parlavano.
L’avevano creato lei e Roberto quel divanificio e con i soldi di suo padre, che poi erano i suoi perché a lei erano destinati, ma suo marito se ne era sempre sentito il padrone, il capo e ogni cosa doveva passare sotto di lui. Fondamentalmente lei era sua moglie, che lavorasse lì e ne curasse l’ufficio amministrativo era un dettaglio,che avesse fatto tre figli continuando a lavorare e a mandare avanti famiglia, casa e ufficio anche, che l’azienda fosse intestata interamente a Roberto pure”cosa cambia?É nostra, mia, tua dei nostri figli. Preferisco tu non ne sia coinvolta, la casa è intestata a te e nella vita non si sa mai…”
Era vero, nella vita non si sa mai, infatti chi poteva saperlo dopo quarant’anni di matrimonio che l’avrebbe visto entrare una sera in casa e dirle “ti devo parlare” a capo chino e senza guardarla negli occhi, come un bambino colpevole di qualcosa che sapeva non avrebbe dovuto essere commesso.
Parole confuse, a tratti di scuse e in altri quasi a colpevolizzare lei, ma alla fine la sostanza era che lui se ne voleva andare perché “aveva diritto di essere felice”.
Felice con la “panterata”, quella trentenne che aveva assunto per le giornate dedicate alle vendite promozionali e rateali, quella che curava i social e che nel frattempo aveva curato anche lui. L’aveva soprannominata così proprio Roberto, perché lei amava indossare abiti con fantasie animalier, leopardato, tigrato, panterato ogni giorno cambiava e loro ci scherzavano, ma ora non faceva ridere, proprio per niente.
Anche se un po’ avrebbe dovuto, anche se sentire un quasi settantenne dire “lei non mi trova vecchio”, qualcosa di ridicolo che strappava un sorriso, sebbene amaro, c’era.
Lei invece lo trovava vecchio da degli anni, mentre appena finito di cenare si metteva a russare davanti alla televisione era vecchio, quando per trascinarlo a cena con gli amici doveva implorarlo era vecchio, quando al cinema o a teatro doveva andare con un’amica perché lui non ne aveva voglia era vecchio e per centinaia di altre ragione lei, ebbene sì, lo trovava vecchio. Era l’uomo con il quale aveva creato una famiglia, fatto tre figli, idealizzato la vecchiaia, sognato di viaggiare, era quello che aveva amato,del quale si era fidata e per il quale aveva lavorato trentacinque anni “sei la padrona qui”intanto il padrone era lui. Da qualche mese era andata in pensione, continuava ad andare regolarmente in azienda, anche se i suoi figli le dicevano”basta mamma, goditi un po’ la vita, lascia che lavorino gli altri, stai con i nipoti, fai un viaggio, non pensi mai a te”.
Anche lei lo sapeva che non aveva mai pensato abbastanza a se stessa, ma se fai la madre, la moglie , la lavoratrice, se hai una casa grande e quattro nipoti di tempo per pensare a te stessa ne resta poco. Quella era la prima estate che restava a Milano e che non trascorreva con Roberto, lui era nella casa di Rapallo, i figli neanche per un attimo,erano stati sfiorati dall’idea di andarci, inferociti contro il padre e la “panterata”,quella era la prima estate in cui era veramente sola.
Quel giorno era andata a vuotare l’ufficio, a finire di prendere le sue cose e voleva farlo mentre gli altri erano assenti, i saluti erano avvenuti prima della chiusura per ferie, quando il magazziniere e le impiegate erano andate come di consueto a salutarla. Abbracci forti e qualche lacrima “beh, cosa c’è da piangere? Due settimane e siete qua, avete tanta nostalgia dell’azienda?”, ma anche lei era commossa, emozionata, sebbene serena, perché non vedeva l’ora di andarsene, di non sentire più la voce di Roberto nell’altra stanza, quel tono che diventava un sussurro mentre telefonava e quel baci che,inconsapevole di essere udito, mandava dentro il cellulare come un adolescente. Eccoli trentacinque anni di vita da infilare dentro a due scatoloni e a dei sacchetti “ti ho lasciato dei sacchi nel tuo ufficio per la roba che vuoi portare via, anche se non capisco perché “. Il perché lo forniva quel rotolo di sacchi neri condominiali per l’immondizia, che Roberto aveva lasciato sulla sua scrivania, trentacinque anni dentro ai sacchi per i rifiuti, la sensibilità faceva il colpo di scena con quel gesto ingenuamente crudele e inopportuno. Aveva scelto di andarsene e non sarebbe tornata sui suoi passi, benché tutto in quella azienda le fosse caro, non desiderava più entrare lì dentro ogni mattina, Roberto aveva tolto luce e fiato a troppe cose. Il tempo era volato, in quarant’anni di vita in comune non si era resa conto di avere vissuto la vita degli altri e per gli altri, di essersi spogliata di qualsiasi cosa per darla al marito consegnandosi fiduciosamente a uno che con lei “si sentiva vecchio”. Guardò fuori dalla finestra, il Pirellone era là in lontananza, un vecchio gigante buono, che le ricordava quando suo padre quando le diceva che Milano sarebbe diventata una grande metropoli, che il nuovo avrebbe sovrastato il vecchio e che di milanesi ce ne sarebbero stati sempre meno. Il “nuovo avrebbe sovrastato il vecchio”…proprio così, era andata esattamente in quel modo anche il suo matrimonio, che sembrava non dovesse finire mai. Quante cose avevano realizzato insieme, l’azienda che si era ingrandita anno dopo anno, la casa a Rapallo, quella a Courmayeur, i figli con i loro studi e le professioni che avevano avviato grazie a loro e il bene che si erano voluti anche in tempi più difficili, l’infarto di Roberto e lui che le diceva”se mi stai accanto tu io supero tutto”, beh…, panterata a parte, quasi tutto…
Finì di mettere via le sue cose, le cornici con le foto, le medicine che teneva in ufficio, vuotò la scrivania, i cassetti dell’armadietto, buttò via tanto e tenne l’essenziale, poi carico le due scatole in auto e senza voltarsi si diresse a casa. “Dovremmo parlare del lato economico, tu verrai liquidata nel giusto modo”, aveva detto Roberto la sera in cui si preparava ad uscire di casa. “Liquidata? Tu pensi veramente che potrai mai liquidare me, la nostra famiglia, quarant’anni di matrimonio? Sinceramente pensi che ci sia una cifra,un vitalizio, un deposito bancario a mio favore che possa risarcirmi di ciò che ho investito e perso? Stiamo parlando della nostra vita insieme, di quello che credevo fossimo, di chi siamo stati e di chi pensavo saremmo diventati e saper che tu ha ritrovato un entusiasmo che avevi perso vicino a me, mi fa male,molto male, perché io, al contrario di te, ora ho perduto quello che ho sempre avuto a essere tua moglie e la madre dei nostri figli.
Fai parlare il tuo avvocato con mio fratello, Luca penserà a tutto. Non parlo di denaro con te, te ne stai andando, ma non riuscirai a trasformarci in due che si accordano su chi terrà la casa al mare. Ci penseranno gli avvocati,non io non tu, io e te siamo stati una coppia che ha fatto tre figli, che ha creduto in qualcosa, che si è amata.
Sono diventata troppo vecchia, non mi ami più ? Ok, lo accetto, vai, ma non fare i conti da bottegaio in questo momento,ti prego non alleggerirti la coscienza, vattene con dignità “. Roberto scuoteva la testa e diceva che non era così, che lei non capiva,che sarebbe rimasta per sempre la donna che aveva amato di più, ma Lia si chiuse in bagno e non volle vederlo uscire.
Ora mentre stava rientrando nella casa vuota, nella calura di una giornata di agosto attraversando strade quasi deserte, si rese conto che di lì in poi non doveva più pensare ad un “noi”ma solo a un “io” sconosciuto e trascurato e che, tuttavia, sarebbe tornato a fare capolino nella sua vita. Improvvisamente vide un’enoteca aperta, accostò l’auto e scese, comprò una bottiglia di champagne, quello che piaceva a lei, anche se solitamente comprava un’altra marca che piaceva di più a Roberto. La sera stessa,dopo una doccia rinfrescante, seduta sul divano con un piatto di formaggi misti e cracker, mentre sorseggiava champagne ghiacciato, prenotò una settimana in una SPA,la pubblicità diceva :”Un periodo qui è la più bella dichiarazione d’amore che puoi fare a te stessa”
Quando suonò il telefono, vide che era sua figlia Federica, ma non rispose.Da quel momento urgenze e problemi,per un po’, se li sarebbero dovuti risolvere da soli.
Lia doveva dedicarsi a una persona molto speciale che aveva assoluta necessità di lei : se stessa.

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